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LA CONTRO-TENDENZA AL REGRESSO PER EVOLUZIONE

UN’IPOTESI COMPOSITA

Accade questo: stretta, a-specificatamente anacronistica, la voglia di argomentare occhieggiando alla fotocamera di quello che è, probabilmente, quello che vedo io, quello che vedi tu. Sguardi fugaci, così si articola un rapporto intimo all’interno di una camera. Steso, indigente e fuori da ogni parametro e presupposto congiunto, qualsivoglia appreso, conosciuto dagli altri. Ci si prova, ci provo, dico. Nonostante io sia nell’altro. Nonostante io sia l’altro. Le braccia accompagnano, il torace si muove, il petto segue la pancia in un respiro costante diaframmatico, l’ambivalenza concorre e per un solo brevissimo inconcepibilmente rapido istante, la vedo: è la smania di parlare dell’emozione sentimentale da cui tanto mi discosto, come fossi in un luogo affollato laddove volti e disforie s’incontrano senza però raccogliersi. Chiaro, allora, inizio a non voler discernere e finisco per scavare intorno all’innominato sostantivo idilliaco del sentimento affettivo una sorta di fossa concava dagli spazi accoglienti. A fine scavo, mi c’affaccio. Tutt’apposto, mi viene da infierire. E’ un sentimento.

Che poi, l’affetto, l’attaccamento, la prossimità familiare con qualcuno, la sentimentalità dell’amore, ho sentito più volte dire fosse “la cosa più potente dell’universo”. Lo si esplica nella mediazione post-conflittuale, nella promozione al benessere, alla pace, al raccoglimento, all’eguaglianza, alla parità. Cosa muove l’accezione dell’azione mai protopatica, sintattica, del bene? L’ a-mors. Non per volta, a caso. Per chi è poco romantico o diffidente e quasi accorto, più sentimentale di quel che si ritiene e dotato di una sorta di sensibilità di cui medesimo si spaventa, l’amore è una scopata. O una scopata è una scopata, e basta. Ci si ritiene più sinceri a parlare con se stessi con determinati attributi o nominativi scelti. Quello della scopata che rimane scopata, è un caso anche personale.

A-mors è grande e, senza troppi giri di parole, è inquantificabilmente inesprimibile. Non si potrebbe accostarlo alla veridicità con cui l’occhio comune identifica e incamera un significato, come quello, a una parola che si traduce in immagini stereotipate di coppie che per affusioni si stringono la mano, si accarezzano, si vogliono bene lì, in due. Dimenticandosi che restan loro. Uno, e uno. A-mors funzionerebbe lieve diversamente. Sono ai bordi della scrivania, le iridi rincorrono il trattino sulla pagina. Mi giro dalla parte del telefono e penso a quanto possa essere di ergonomia un ventilatore che batte dietro la faccia. Dove sta il capello.

E allora lo dico, dai. Con chi mi litigo? Con l’espressività del sentimento d’amore. Per poco, riesco a interiorizzarne un nuovo diversivo, un senso che preferisco accostargli da sempre: “la cosa più potente dell’universo”, come diresti tu. Non perché rimanga unilateralmente un sentimento che muove l’altro a me, o me agli altri, o gli altri all’altro. Non perché provandolo ci si cambi d’abito solo in-amore, nell‘amore, nella relazione, nel connubio io-te, nella pluralità del noi. Non perché invogli a trasformarsi per e con l’altro, non perché conduca a costruire, progettare, contro la realtà del tempo. Altresì, non la cosa più potente dell’universo. A-mors è, però, il sentimento più forte in fatto di opportunità e potenzialità capacitativa. E’ la cosa più forte, forse, della realtà emozionale umana. Io non penso di essere chiaro, quando ci parlo. Tambureggio con l’indice sulla planimetria della tastiera. Il ventilatore fa il suo mestiere.

A-mo-re è psicofisiologicamente un aggregato di rilascio e contrappasso ormonale, un processo metamorfologico e trasformativo che – rimango cauto nel digitare – trova la sua decantata meraviglia e potenzialità nella sua abilità di rendere dell’uomo, un uomo dis-naturale. “Sapiens”, potresti dire tu. Va bene anche così. Com’è che una roba come l’uomo, diventi dis-naturale, non naturale? Nella primordialità storica la natura istruiva l’uomo all’adattamento predatore. L’uomo predatore, o l’uomo solipsista senza saper di esserlo. L’uomo naturale era quello elaborato alla sopravvivenza. Poi c’è stata di mezzo la progressiva civilizzazione, il contatto, quel continuo tintinnio di campane la domenica, l’aggiunta, l’abbondanza, la complessità crescente della volontà di attribuzione del senso, tentativi di aggrapparsi, di toccare, di sentire. L’urbanizzazione. Il restauro dell’emozione. Così allora vien da dire che è tutto merito di a-mors, a fatti espliciti. A-mo-re di curiosità, di detersione, di espansione, che guiderebbe l’essere umano per secoli a spingersi al di là della sua programmazione evoluzionistica naturale: un progresso evoluzionistico contro-natura, contro l’aggressività dell’appartenenza sopravvivente della preistoricità. Ci provo, lo ripeto. Questo è amore forte, quello che stravolge uno pseudo-patrimonio corredale genetico. Un nuovo motore, un’altra matrice.

Gioco con le gambe, lievi colpetti attutiscono l’aria proveniente dal ventilatore. L’aggressività umana è un abbraccio difficile, e l’amore è un senso che l’abbraccio acquista da un ometto dubbioso a buon mercato. Il romanticismo è quello che riesce ad insinuarsi per indurre alla metamorfosi. Mi restano pochi soldi in bocca. Domani vado in posta, si sa, la bolletta di chiusura. La comunità. L’integrazione. Rimane bello anche così. L’aperitivo in centro, le vostre parole, le sigarette tra le labbra, fa vedere cosa esce a luglio, Jessica ho cambiato casa, c’hai un euro che vado al distributore?, l’amica, la tua faccia del cazzo. Rimane bello anche così. L’amore è, in effetti, “la cosa più potente dell’universo”.

Ambivalenza, Mantova, 2021. Fotografia a cura di © Alessandra Stanisteanu.

Una rubrica a cura di © Alessandra Stanisteanu.

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(senza/con)

Lasciando, si parte dal lascito alle costruzioni. Retoricamente, s’incomincerebbe scrollando lungo il sud delle scapole tutto quello che al pensiero e alla parola aggradano per un significato che riempie metafisiche e quotidianità motrice – le emozioni, il sentimento, la motivazione, l’autorealizzazione, la finalizzazione o la completezza – per potersi sempre più accorgere della sottigliezza e della caducità dell’azione a mano d’uomo, che non solo si concretizza per un mezzo e per un nome, ma per uno scopo. Lo scopo sarebbe il congiungimento armonioso tra l’uno capo e l’altro termine della punta di una qualsiasi cosa, l’egoica trascendenza che monta sulla voce che cerca responso, identificazione, scelta, senso di esistere nel mondo caotico della velocità. Non trovo tempo per la solitudine di un illogico trattato tornaconto meta-narrativo come quello della vita del pensiero umano, quanto ne risarcisco attraverso una scolarità docile e stipite di tangibilità, materialità e forma. La congruenza vigente entro le cinque connotazioni categoriali sensoriali adottate per rappresentanza analogica e morfologica dall’uomo (tatto, udito, vista, olfatto, gusto + una bella etichetta extra, la presunzione) nasce ed evolve in percezione di senso compiuta attraverso un maggiore consenso consapevole nel momento in cui la psiche, la mente, la patrimonialità dell’ingranaggio ideale giunge a formulare un obiettivo e/o una risposta quanto più paradossalmente soggettivo-assolutisticamente accurata al suo annaspare tra le cordialità remote del dubbio e dell’incertezza di una vita che mai ha regalato e mai concederà all’essere umano l’immortalità del suo senso d’agito.

Potrei rinominarmi uno come il certo signor Bauman, reiterare sul plastico e arrendevolmente apparente nominale di società liquida, vita liquida, e altre stimolanti giostre sue, non sue, nostre, vostre; non toccherebbe all’altro quello che a me tocca nel rimuginare con avidità e senza alcun consueto fuoco di lucidità su ciò che realmente è, l’azione dell’uomo, nell’antitetica formulazione del tempo, con le sue linee, il suo luogo, le sue direzioni e le sue contraddittorietà. E’ con le vetrine della dimensione virtuale che, giusto, abita la possibilità di osservare quanto una condizione di condanna e di critica odierna raffiguri in verità più di prima la conservazione e l’impreteribile essenzialità del voler agire e intendere in funzione dell’altra cosa da me, dell’Altro di fuori da Me, come direbbe analogamente un autore come Lacan, un filosofo come altri Heidegger, altri Hegel; dell’estraneità che abita al di fuori del confine individuale e psico-fisico della persona in quanto tal’-uno – e ci metto l’apostrofo, perché ne necessito. E’ l’intimità che è nel “mercato”, o nella condivisione. In una vista, nelle mostre, nel portfolio, nei riconoscimenti, nel corso di marketing avanzato che hai concluso l’altro ieri. Tu sei, dicono gli altri. Tu sei, e tu diventi, a mano a mano. E nella giustapposizione quasi impercettibile tra singolarità e recondito desiderio di ammetterne l’incidenza con il collezionismo e la collettività, ecco come si potrebbe vedere scomparire lontano ciò di cui sempre mi meraviglio tanto: la forma di contenimento dell’esposizione.

L’immortalità è a questo punto doveroso esprimersi come intoccabile nella versione che più si avvicina ad una verità universalmente se non piaciuta quantomeno accolta, ma ha la possibilità di essere immoralmente infinita per gli istanti in cui riesce, grazie agli strumenti adeguati, di rimanere appesa ancora un poco ai bordi della recinzione vitale, come fosse un palloncino legato al lembo di un lampione che resta lì a significare e significarsi chissà per quale indicibile e poco prevedibile lasso di tempo. Qualcuno ne leggera i colori, altri lo additeranno, ancora ne custodiranno il segreto, per l’eternità che tocca a ognuno di vivere. Va bene così. L’uomo contemporaneo soprattutto ora ha l’illusione di poterne raccogliere ed estendere oltre il decorso degli anni l’essenza attraverso l’evoluzione tecnologica, artigianale, artistico-prefilosofica, testimoniale. Il ricordo dell’esperienza svanirebbe senza l’occhio altrui, io non esisterei senza te. Potrebbe essere fuori luogo chiamarlo “principio”? L’uomo preistorico si assuma sia stato impossibilitato a fare elenco. Se vado al parco, voglio testimoniarlo. Se prendo il caffè con Luca, voglio lasciarlo, anche per un solo frammento di secondo, in pasto alla documentazione. Se porto a termine un percorso di studi, tò!, mi sono laureato anche in una immagine. Lavorare, affermare, dire, dialogare, postare, fotografare, lasciare impronte che sembrano rimanere ferme e granitiche davanti al moto trasformativo della terra. Ma alla terra va bene, e a me pure, ripeto, va bene. Va bene, perché nulla di per sé si concilia in un intrinseco significato di modo, se non nell’istante stesso in cui ha la potenzialità – che per molti sarà difetto, dedurrei – di frammentarsi e confondersi nell’atmosfera della storia. Questa è la potenza di una vita, nei confronti dell’azione umana. Al contrario e insieme, la potenza dell’azione dell’uomo, nei confronti nella vita, risiederebbe nel non temere la confusione. Cosa direbbe, uno famoso che sa parlare meglio di questo monologo? Voglio trovare un senso a questa vita, anche se questa vita un senso non ce l’ha, probabilmente? Con la A, di ha, estesa. Mi pare fosse una canzone di Vasco, o Zucchero. Non saprei. Da piccola li confondevo spesso.

Ecco. Chissà domani cosa ne diviene. Adesso, questo è un palloncino lasciato. Al lembo di un lampione.

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Cervicale C1, C2, C3 – Tesla Mandibolare

Cervicale a cerchio, radici C1, C2, C3. A partire dalla quarta, la risposta trasla evaporando nell’epicentro della discontinuità. M’alzo, mi corico ancora.

Nella stanza la finestra schiusa, il lenzuolo circense a ruota e gli indumenti accatastati. Paraurti nella nebbia, fanali in sospensione. Due suoni – uno sordo, l’altro sente. Torno a tracciare geometrie inconclusive, come fosse la mia spina questa colonna vertebrale dagli anelli in nota C. Tesla mandibolare in ottava maggiore.

Progetto fotografico a cura di ©Alessandra Stanisteanu.

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LA SINGOLARITA’ RIPETITIVO-DUALISTICA

SINTOMATOLOGIA DEL CAFFE’

Ticchettìo. Ticchettìo si dice? Ticchettìo di pioggia. Come un ladro disarmato, mi sveglio lentamente, mi sviscero dalle coperte, mi dirigo verso l’erogatore di caffè. Accompagno le gocce d’acqua che scendono al suolo con i passi, vado a ritmo. La macchinetta brontola. Ed eccoli soggiungere, arrivano. I fuggiaschi, le parole camuffate da pensiero. Iniziano a correre, s’intensificano e la prima sensazione che elaboro è quella di un fastidioso contraccolpo. Va bene, penso, mentre agguanto la tazza. Allora sommessamente mi posiziono alla scrivania, appoggio il caffè, di fronte ho il monitor e rocambolescamente faccio scorrere l’indice sulle lettere della tastiera in senso antiorario. Disegno piccoli cerchi, cerchietti. Sospiro e mi abbandono all’idea. ‘Ti detesto’ mi rivolgo alla tastiera. La detesto davvero, incarna convenienza e celebrità, rapidità, immediatezza. Scrivo così.

Da bambina, accompagnavo mio padre al bar appresso la farmacia, qualche centinaio di metro a separarli, strade inaridite dall’autunno, inumidite dallo scroscìo delle foglie ingiallite. Aveva questo modo di irrompere, di scattare, di ordinare vezzeggiativamente il caffè per entrambi. Mia madre lo beveva con lo zucchero di canna, l’uomo affiancatoci richiedeva sempre il miele. Quelle buste microscopiche arancioni, definite da chissà qual portento di marchio alimentare in vetta durante il primo decennio del duemila. Insomma, aperta la busta, chiedeva a me di versarne il contenuto nella tazza. Io, da bambino spasmodicamente disegnatore qual’ero, tracciavo con il miele le linee curve che avrebbero dovuto comporre e chiudere l’onda di un cuore. E lì, mio padre compiaciuto aveva avuto quel tratto di compensazione richiesta da parte di un figlio che sarebbe poi divenuto anarchico solo a metà.

Durante gli ultimi anni del liceo – questo ricettacolo quinquennale di favoritismi e crisi identitarie – presi l’abitudine di passare presso i distributori a raccogliere caffè di primo mattino. Di prassi, poteva essere fatto anche durante l’intervallo di pausa a metà giornata. Dunque, io solevo rifarlo più volte nell’arco di cinque ore, così come i compagni che mi accompagnavano lungo i corridoi. Era una competizione a chi per primo diveniva adulto, non grande. Ho iniziato con il caffè dolce: tre tacche. Poi, andavo progressivamente a diminuirne il quantitativo, poichè il dolce sulla lunga trasversata annoia chi di noia facile soffre. Ho cambiato nuovamente con l’avvento dell’università. Lì c’era altra aria, altro sapore, altra voglia. Al caffè si univano le sigarette. Il caffè poteva nascere da una capsula, da una cialda dimenticata in armadietto, da una moka, da un momento, da un’incomprensione, da un segreto. Camel blu, Camel gialle, Lucky Strike, American Spirit azzurre, gialle, trinciato, Merit Bay, Marlboro oro, light, might, tight spot. E andava in tendenza il retrogusto duro, amaro, quello arabico direbbe l’europeo. Così ce ne stavamo con le nostre tazze bollenti e le nostre sigarette pendenti tra le dita, a blaterare dell’una e altra cosa: di quanto Aristotele avesse monopolizzato la sensorialità degli avventi filosofici, di come il sistema istituzionale italiano facesse apprensivamente cagare, di quando lei si prese una cotta per Daniele all’angolo dell’adolescenza, di quanto discutibile e francamente anti-meritocratico fosse il canale d’istruzione didattico e di quale strumento avremmo potuto suonare la sera dopo, prima di cena. Poi ci si chiedeva quanti esami avremmo dato la sessione successiva. Ad alitarci contro le nostre visioni. Era il rito della retorica. E dopo è arrivata la pandemia virulenta.

Lo sfondo lo delinea Guccini con Canzone delle Domande Consuete. Do retta a Guccini quando so di non poter dare retta e addito a me, conseguentemente la sua musica riesce a perforare il mio canale uditivo senza passare per il filtro di mezza via. E mentre questo individuo espelle fuori nauseato e concitato allo stesso modo le sue banalissime incertezze universali, io esprimo le mie con un venale e spassionato disappunto. Ritornando al mio caffè, valuto il senso che si cela dietro alla coltre della mia gestualità: ora lo bevo con un cucchiaio di miele. Senza non mi tocca, come fosse privato della sua intrinseca motivazione all’esistenza. Un macinato di amarezza con la punta dolce del mio sintomo – uno spettro patologico che fa breccia tra le mura innalzate della falce berliniana. Rendo nutrimento alla ripetizione inconscia dell’eredità fantasmatica del bagaglio sintomico e mi accorgo che è tutta lì la mezza replica al quesito. Non nella mia parsimonia, nemmeno nella mia incoscienza, nella mia non-scienza, nella mia volontà di potenza. Ma lì, nella lieve e acuta traslazione del cucchiaio alla tazza, nel miele che si lascia veicolare, nel tuffo. Nell’accoglienza e nella premura capillare della sintomatologia remota. Nel mio caffè con il miele.

Guccini si spegne. Cosa ne vorrà mai sapere, uno come Guccini. Me lo domando in maniera sincera e fuori la pioggia si accascia. Caffè ripetuto con miele.

Mattine imperversano, 2020 – Fotografia a cura di © Alessandra Stanisteanu.

A cura di © Alessandra Stanisteanu

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L’ETICA DELL’AUTENTICITA’

CONCEDERSI ALLA DISTANZA PER POTERSI REINVENTARE SUL PALCO DELLA META-FAMILIARITÀ

BREVE TRATTATO SUL MALINCONICO OGGETTUALE

Partire, rivolgersi, alimentarsi e tornare, voltarsi: è il ciclo indissolubile del viaggio all’interno del quale la meta non assume più la rilevanza prediletta dalla regola. Quando si nasce, si è soggetti biochimicamente blaterando ad alterazioni secretivo-ormonali materne del sistema dopaminergico e affiliati quali l’espletamento e il rilascio in sangue di ossitocina e principi abbozzati di molecole organiche come dopamina e adrenalina, filosoficamente apostrofati come promotori neurali dell’amore. Si evince, pertanto, già dal principio dell’esistenza un attaccamento biologico e – attiguo successivo – deterministico e affettivo all’Altro in quanto – per aspettativa precoce – prolungamento esteso del senso di vita proprio, e i conti con la difformità dell’ultimo arrancano a pieni passi solo dopo aver marciato sulle prime fasi dello sviluppo natale. la realtà subisce metamorfosi kafkiana e dall’onirico si trasla al malinconico oggettuale: il soggetto, in pieno riconoscimento consapevole del movimento ondeggiante della marea ambientale interpersonale e della meccanica del cuore induttivo, nuota privo di branchie autosufficienti contro le correnti dell’accondiscendenza. S’intende ora che il bambino interiore si interfacci alle dinamiche sistemico-familiari: oggi mi sveglio, preparo le valigie, disegno tratteggiando le prime linee del contorno e, salendo con i piedini sulla locomotiva per l’ignoto, mi trovo in mezzo a gente che ancora non conosco, per volere delle voci dell’Altro, ancora e per sempre. Mi trovo dentro questo mucchio di banchi da mercatino detto “famiglia”. E cosa accade, d’ora in poi? A chi lo domando?

L’ennesimo e interminabile dibattito dal dualismo audace natura/cultura s’insinua vertiginoso a stipulare le norme e i parametri secondo cui gli autori poi trarranno definizione: la famiglia eco-sistemica – insieme di sconosciuti con cui geneticamente si condivide patrimonio anatomo-fisiologico e culturale e dal quale, arrivato ad una certa tappa di istanti vissuti ci si vuole o ci si deve necessariamente disgregare per potersi lasciare all’espressione della sviscerata tracotanza dell’essere e di quell’antipatico senso d’identità, che una tale Melanie Klein circoscrisse alla costruzione del mondo interno attraverso processi ontologicamente significativi di proiezione identificativa, oscillanti tra posizioni delineate conseguentemente schizo-paranoide e depressiva. Da cosa fugge, il bambino? Da cosa fugge il genitore? Dalla separazione, dal lutto. Talvolta, dallo spartiacque generato dal diaframma del conflitto. Qui e per tutta la durata degli anni vi è un’elevata percentuale di probabilità che si manifesti l’incongruenza a carico della parentela nella formulazione di tutte quelle norme convenzionate e nobili che vanno a influenzare il costrutto familiare: la legge della mente categoriale sancisce per etica adeguata e immediata l’inconfutabilità e l’onnipresenza del contatto e della prossimità dei membri: genitori e figli, sotto lo stesso tetto, sviluppano una sottospecie di dipendenza prossimale l’uno dall’altro, senza spesso e volentieri concedersi tempo e volontà di contemplare e accogliere la diversità dell’espressione. Sopprimere il paradigma comunicativo è il compito considerato migliore nel mantenersi vicini in assenza di essenza. Così, il “divorzio” non avviene, a fin di buone permanenze: il genitore desidera il bene effettivo del figlio collimato al bene pensato e partorito in sé, nonostante possa influire sulla condotta e sul benessere psicologico del bambino in maniera irreversibilmente disonesta. Inevitabile, però, ammettere che i gradi di separazione fungono da nutriente indispensabile alla parafrasi di un testo letto con le lettere del progresso e della crescita singolare e plurale dell’individuo. Il fine ultimo di restringersi l’uno all’altro in luoghi del corpo e del cuore stipati e addossati nel decorso delle esperienze – così moralmente piacevole e utopico, grandioso, onnipotente all’Ego – se portato all’estremo non si rivela essere nient’altro che una menzogna che ci si racconta a vicenda per non poter sopperire alla fatica dell’incontro con il crollo più profondo delle aspettative egoistiche del proprio individualismo. La famiglia non dovrebbe essere edificata in virtù del legame, ma in virtù della distanza. Nessuno potrà mai essere qualcuno in grado di scrivere il sistema familiare come inderogabile e convergente luogo di principio, fine, adattamento e libera e veritiera espressione dell’Io, poiché la natura degli accadimenti ne impedisce l’imprescindibilità dell’appartenenza, a significare: io, genitore, non do genesi alla vita della prole per poterne soffocare la possibilità dell’itinerario poi, bensì delego la vita della prole per potergli insegnare la possibilità della partenza – e, eventualmente, dell’incertezza del ritorno. Ovunque, quandunque, che sia a chilometro due o a chilometro trecentosessantaquattordicimila. Il contatto, seppur rarefatto, deve significare e deve generare significanti agli interlocutori; la famiglia deve aver senso come luogo di ristoro e di interazione, solo se spontaneamente slegato dalla condizione basilare e pseudo-morale della coercizione prossimale, che a lungo si merita il premio conturbante dell’ambivalenza e della corrosione viscerale affettiva. In altre parole, la famiglia non è necessariamente riparo, ma lo può divenire per scelta, tralasciando quelle condizioni di unione biologica che di punto possono nuocere alla rappresentanza dell’autenticità famigliare. Ulteriormente, famiglia non è casa, casa non è famiglia, e famiglia è laddove la parola e l’azione s’intrecciano libere e conflittuali, evolutive, mai sature, mai sazie.

Il genitore è colui che lascia in eredità il biglietto di sola andata al figlio, non colui che lo trattiene e per valore ne induce il ritorno. Non toccarsi spesso o a lungo, non significa non sapersi tangere in maniera trascendentale. Non vedersi spesso o a lungo, non significa non sapersi guardare. L’etica del nucleo e dell’amministrazione alla sopravvivenza non induce all’etica dell’amore, sentimento che supera qualsiasi nozione canonica o aristocratica che sia. Tra fango e acqua, il padre, la madre e il figlio restano tali se reciprocamente voluti, conosciuti, esplorati e accolti in infiniti percorsi innestati di forme e menti incondizionatamente. Correre insieme, o corrersi incontro? E’ sempre in balia dell’ingranaggio dell’animo giocare con i termini della verità, quasi spudoratamente incosciente a preferirne la lontananza vicina al libero artefatto della felicità dell’essere come si è e si vuole, piuttosto che la vicinanza lontana e vacua del costume familiare debito ad un canzonatorio mos maiorum post-moderno.

Frammenti di Una Corsa nell’Ilarità. Emilia-Romagna, 2019. Fotografia a cura di Alessandra Stanisteanu.

A cura di © Alessandra Stanisteanu.

VERITA’: LO SCORCIO SBIADITO DEL MOVIMENTO

QUANDO RIENTRI, TE LO RICORDI?

Rientro dalla passeggiata, oggi sbiadito. Gli acari aggrappati ai piumini, leggere brezze, batteri che salutano un vecchio e adulatore germofobico petulante, nuvole discostanti e generali. Distanti come sono io, per noi. Rientro, sbuffo lieve, non nascondo l’interdetto mezzo appoggio di metà idea, che fugge. Chiudo la porta della camera, è sera. A me non piace questo, gradisco quell’altro, preferisco la preferenza del non lo so. Cosa preferisco, esattamente? Appoggio la penna facendola scivolare lungo la pagina ingiallita dell’agenda, siffatta “agenda studenti”. Studente, stu-dente, s-dente, mi diverto sbiascicandoci. All’interno dei padiglioni auricolari, molto in fondo, le cellule ciliate innervate capillarmente vengono stimolate dal rumore della stanza estranea intorno a me, che a dir vero l’estraneità delle mura la percepisco quando realmente mi stringo in una sola parola. Una parola, ammaccata. La parola che molto posso affermare di poter volere per me: verità. Un sostantivo idilliaco, generativo, esemplificativo, che non esiste. Perentoriamente, si traduce – ma non morsica – e non induce. Non conduce a nessun prototipo di evenienza. La verità incongruentemente non esiste come dato di fatto, come morfologia, come eziologia: quelle sono conseguenze, logiche tessere d’indulgenza seghettate che si avvinghiano intorno alla sensazione di contrastante fragilità semplice che è data all’uomo come diritto d’essere tutto, fuorché verità.

Ogni tanto lo faccio risuonare, il pianoforte, come un eco lontano. A raccoglierlo sono i messaggi subliminali che veicolano la sinusite acuta in ottemperanza, priva di qualsiasi richiamo a soddisfare tutte le voci che attorno un fuoco dedicano all’individuo la gravità di quell’essere fuori e altro, da sé. Vorrebbero, dicono, stabiliscono, indulgono, consigliano. La televisione, una scatola cranica, scatola comica, che non tengo e dunque sostituisco con il bisbiglio di Brunori Sas. Ripensando alle piccole e affusolate realtà che riverentemente sento l’illusione di provare vergogna a confessare, La verità musicata dal cantautore mi impone di lasciar morbide le dita e di smettere di osservare la parabolica immaginativa della biro nera. Che colore, il nero. Oggi mi piace, domani no. Oggi mi piaci, domani no. Oggi mi piaccio, domani mai. La natura è splendida, e per quanto possa esistere uno studio ardito sulla prossemica delle catastrofi e dei miracoli, io ancora e a lungo, custodisco gelosamente due segreti. Il primo è che, il mio tempo in quanto artigianato d’opera, non mi va di buttarlo troppo in pasto alle strade dell’aria che sta esterna al corpo. Agli alberi, al cielo sconfinato, alla luce, alle indicazioni di un chiunque altro che si permette presuntuosamente di assumersi il possesso del vento che sfiocca sulle guance. A seguire ore di sole, di pioggia, di precipitazioni, scrosci, sento l’esigenza di ricompormi sui passi, per risolvermi in un luogo che non possa darmi l’occasione di deturpare la terra, per troppo tempo, con le mie scarpe. Le quattro mura. Il lasso temporale di permanenza fuori, si manterrebbe solo nel caso in cui i miei piedi fossero in grado di librare docilmente, nude, per l’erba che, per le leggi gravitazionali ossequi, non cede il suo nome alla mia identità. Prima o poi, ci dovrò fondermi senza essere egoisticamente invadente, penso. E qui, la verità si risolve tutta per intero in questo istante di intima coincidenza verbale, che non sento ancora di poter esporre ad alcuno. Avevo detto, due segreti. Il secondo è andato via con la penna.

La verità non è nell’appartenenza, è nel senso attribuitosi della stessa. Nella percezione e nel gioco solitario della scomodità, dell’inadeguatezza. A sentirsi inadeguati, mi dice Brunori, si finisce per scomparire. Ad esserlo meramente senza doverne cambiare i connotati per accontentare una sensazione che ha come prodotto finito il presupposto sulle bocche altrui, si finisce per andare sulla strada del vero, un attributo sintattico che ha come scopo, quello di non piacere egregiamente, ma di espellere. E quale miglior vero, se non quello che si sussurra in mezzo a una stanza? Accendo una candela, ed espello quello che si è intrufolato nel torace organico della frenesia vitale che ogni giorno ho la fortuna di poter raccontare. Riprendo a spostare gli occhi.

La verità è una delle poche canzoni che, al primo ascolto, mi ha fatto accorgere di essere anatomicamente dotato di un paio di occhi che funzionano per catarsi grazie a delle tendenziosissime ghiandole lacrimali. Non un gran numero, ma una di quelle cose da cui, dopo una notte occasionale, vuoi assolutamente fuggire. Onde a evitare quella romantica e affettuosa colazione a letto che è capitato di ricevere ma di cui si ha l’inabilità di percepirne il sottile velo della richiesta. Quella di rimanere a pranzo insieme. Per me, che mi dileguo e appeso resto solo intorno alle righe che ritengo di poter tracciare, la verità è una cosa che si confonde difficilmente oggi, e rapidamente domani. La verità è quando non si percepisce quel fastidioso ronzio del doversi esplicare in un motivo, in un momento, coagularsi in un perché. Quando qualche secondo di una staticità silente condivisa supera le tre ore di blableria adoperate con l’amico della circostanza. Che torto farebbe rassicurarsi di aver spazio per ognuna di quelle idee, astratte o progettuali, per i lunghi piani e le brevissime soste? E’ la verità, la parola preferita, che ricorda all’alterità di avere un diritto al momento e all’importanza della forma senza spigoli.

Chiudo l’agenda incompleta, l’abbozzo sconclusionato si dissolve, la penna riposa e concludo la raccolta delle verità che rimane sinonimo di ricerca, analisi e caparbietà, mai di risposta o dogma alcuno. Brunori si spegne, e nella stanza riaffiora piano quell’intransigente capriccio umano tipico di chi si spoglia senza professione, cedendo alla nudità del corpo la verità della contraddittorietà. Lascio così trascorrere un altro paio di mesi, in modo tale da ravvivare l’incontro nell’istante in cui pensato ormai dimenticato dentro alle pieghe del garbuglio esperienziale.

Pieghe a Ritorno, Mantova, aprile 2021. Fotografia a cura di ©Alessandra Stanisteanu.

Una rubrica a cura di ©Alessandra Stanisteanu.

LA VOCAZIONE AL PARADOSSO

QUANDO L’ACCORAMENTO SI DISCOSTA DALLA RICERCA DEL QUIETO

Il mondo non appartiene agli incerti, agli infelici, agli eterni sfrontati, ai condannati a lunga sentenza di pensiero – incomincio dicendo – bensì è e si manifesta visceralmente e in carne attraverso i loro corpi, succubi alla forza di gravità e all’imperativo della velocità del ventunesimo secolo. Mi trovo sulla riviera, conduco le mie gambe tra un ciottolo di conchiglia e l’altro. Intorno a me i trentadue gradi, le anziane a braccetto discorrendo della gravidanza della cugina del marito della secondogenita, le biciclette sulla ciclabile che sferzano l’aria satura di chiacchiericcio, qualche gatto randagio, una bambina che danza a suono delle melodie diffuse dall’Algida. Mi induco a trangugiare di vissuti, mentre imbratto i miei movimenti del tumido rigore libertino che aleggia per il percorso di strada, tipico della regione emiliana. Ci ancoriamo alla spiaggia, mi stendo, ti sdrai, spingo con pochi colpetti drizzando sui lembi del telo. Esperisco un incontro ravvicinato con il signor Frédéric Beigbeder che, attraverso qualche pagina del libro, subito mi catapulta di fronte alla promiscuità dell’esistenza umana: citando prepotente Adolphe di Constant – inizi dell’Ottocento – mi deride scommettendo sulla fallimentare influenza della metafisica, che non giustifica mai chi arreca dolore al cuore che l’ama. E quante volte forse, frammentati tra l’Io e l’Altro, non introiettiamo l’improprio e pregiudichiamo il prossimo che ci ama? E’ la condizione essenziale dell’interferenza a due. Ti guardo di sbieco, sorrido tramite un irriverentissimo sforzo di mento. Forse è tempo di fare il bagno a mare. O forse no. Aspetta, ancora un poco.

Quello che restituisco a Beigbeder è indubbiamente il senso cinico della rassegnazione all’inconciliabile sinossi della vita nel dolore: un trentenne che rinnega i venti, commette adulterio, dubita dell’amore, crede nella sessualità, smista nozioni di neurobiologia, osannando alla trasposizione scientifica limbico-ormonale, depone statistiche internazionali disputando su poligamia e diritto alla completezza del contento e, non per ultimo, antepone il mistero alla quiete. Si scinde, come mi scindo pur’io, ma scindere non è disgregare e qui mi raccolgo.

“L’amore dura tre anni.”, “L’amore non esiste.”

sono le regole che governano il suo francesismo – e va bene può pur essere come no! esclamo perfino trasognata – ma si deve pur ammettere che, con alta probabilità, ad oggi si permane nella convenzione di una ricerca che – se insita alla complessità della vita stessa – non può reggersi con omogenea accezione e dogmatico pragmatismo. Sì, sto parlando della ricerca della felicità! Questa sconosciuta.

Come nel sentimento all’amore, così nel sentimento dell’esistenza si oscilla tra inquietudine e tranquillità, tra un Dalì e un Balla, tra oratore e artificio, tra significato e significante, tra filosofia dell’ozio nella potenzialità del possibile e tangibilità del pensiero nel rigore della logica materialistica. Purtroppo – io dico per fortuna – noi esseri umani nasciamo sghembi, diveniamo automi, ci reinventiamo esploratori dell’ignoto. E qual peggior condanna se non quella dell’inculcata e demeritata premonizione alla persecuzione “felice”! S’intende, la felicità non s’insegue, arriva, sovviene, perdura e la si lascia scivolare tra i palmi delle mani. E’ segmentata, euforia e adrenalina, altresì si lascia definire a piacimento e per comodità quantificabile del cervello come quiete, serenità e pace di mente. Nirvana, apice, orgasmo: la si denomini come si vuole. Il predellino a capo di una roulotte, la percezione dell’attimo antecedente all’evento che eradica o travolge: l’incipit di un lancio a cielo aperto. Chiaramente mi pare doveroso richiamare all’artificiosità dei sostantivi, dei verbi e della sintassi quando si considera una parola quale “felicità”, ma questa volta lascerò spazio ad altro. Estenuante è realmente la convalescenza passiva della notorietà e del risarcimento al ricercatore di felicità: perché all’infelice non viene mai concesso di essere tale in santa pace? La risposta ubica nell’accettazione graduale del parametro sociale. E’ – per introiezione – un modo per potersi dire che si ha senso all’interno del caotico flusso esperienziale a cui siamo costantemente sottoposti; la maniera più semplice. Io ho senso quando sono felice – dice l’uomo – io non ho senso quando sono triste. Sono sbagliato, inadeguato, quando navigo tra le onde della vaghezza, dell’instabilità, dell’interrogativo e della colpa di essere, apparire, discernere. Tra le crepe di un’anfora, l’individuo guarda alla motivazione ultima della società industrializzata: quella della cosiddetta – da me – “felicità meccanica“. L’inappagamento deriva dall’inarrivabile congruenza nel paradosso della tecnica d’affronto all’affaccendarsi vitale: s’insegna a non avere paura ad essere felici, ma ci si priva dei mezzi per poter non raggiungere la felicità, ma comprenderla e viverla nella totalità dell’essenza. Si bandisce, allo stesso tempo, di non poter provare timore dell’inspiegabile decorso paradossale dell’emozione irascibile, indefinita, ineffabile. Si ha tempo per giustizia di quale scritta e sancita morale apocrife e ridondante opulenza di temere eccome il dubbio, si rifletta. Il dubbio muove, la quiete posa. Il dubbio è cattivo, la felicità è buona. Il dubbio è inammissibile o inesorabile, la tranquillità d’animo necessaria. E se i termini con cui si scrive la norma del pensiero si ribaltassero, domani?

Non aspetto fino a domani. Mi piego per accertarmi di non essermi esposta troppo le dita al sole. Attaccano colore repentinamente, più del resto del corpo (arti, viso, schiena, zona sacrale). In primo piano il calare della luce – sette e ventitré, – da badare al parchimetro. Tu mi domandi a cosa penso, cosa decido? Come replico? Ammicco. L’ennesima spirale di idee sconclusionate. A niente!, mi travolge la pigrizia. Quanto è dolce la profondità del mare. Tu ti sporgi per rivolgermi una carezza, la mia testa vaga tra la squisitezza dell’interrogativo e la trasparenza della scelta e lì mi ricordo di quando avevo visto per la prima volta uno sposare una di fronte ad altri uni che facevano le parti degli altri. Là so: l’uomo non è congegno ad effetto, è anima(le) interessante con una sola vocazione: non quella al dettato della congruenza, ma all’intensità del paradosso, dell’ambiguità, che nasconde in sé la meraviglia di un’insaziabile evoluzione.

Istante in Fuga, Emilia-Romagna. A mare. Fotografia di Alessandra Stanisteanu.

A cura di © Alessandra Stanisteanu.

LA GENITORIALITA’ DEL FIGLIO

SE RESTO APPRESSO, MI LASCI ANDARE?

BREVE TRATTATO SUL GENITORE POTENZIALE

Uno dei ricordi a me cari per eccellenza – un tassello di mosaico che ospito ad oggi con la premura di una carezza sospesa e detersa nell’atmosfera – è quello di mia madre che spesso e volentieri, a guidare in macchina al rientro da scuola, tambureggiava con l’indice della mano destra sul volante a ritmo e cadenza delle musiche anni ’90 che faceva girare sulla sua autoradio a cassette. Titoli grezzi, irruenti – titoli martellanti e incombenti, eclissanti – che s’appaiavano perfettamente all’aria rarefatta della sera. Rimanevo a fare doposcuola, trepidante di poterla vedere comparire al cancello della struttura scolastica e sferzare con cupidigia timorosa le ruote dell’alfa romeo, laccata di nero, usurata, seconda mano, almeno cento-trentamila chilometri a contare. Così, ogni tardo pomeriggio, a cavallo tra il lunedì e il venerdì, lei scendeva dalla vettura alle cinque e mezzo, lasciava adagiare senza alcuna forza bruta la portiera, si appiccicava al cemento e attendeva rimirando attraverso le grate di quel posto. Veniva sempre in divisa da lavoro e all’epoca mi pareva di correre incontro a un idraulico improvvisato, scarmigliato dagli esoneri della vita e immerso in un eterno verde scuro. Verde scuro era il colore della salopette, verde scuro il pantalone, verde scuro la maglia a maniche lunghe e cadenti, verde profondo quando la osservavo travasare con la bocca le poche parole alla guida; un profilo lungo e affusolato, un naso preminente, le labbra incurvate, gonfie, di un piacevole e delicato gradiente fuligginoso. I capelli corvini all’indietro, due mollette ingenue, dentellate, a generare incongruenza spaziale tra l’apice del capello e la periferia della fronte e quello sconfinato magnetismo che mi trascinava a fondermi – indipendentemente da ciò che facesse – insieme al suo essere, a tal punto da non ricordarmi più come si facesse a riconoscere il mio.

In mezzo alla fanghiglia di quelle melodie, del post-rock, del morbido, della dance americana, s’insinuavano il suo temperamento e le sue ambizioni nel mio nucleo di aspirazioni: contaminandolo, tergendolo, “intingendolo” di tempera. Tempera ad olio – mia madre lavorava da giovane china su iconografie che poi, tumefatte dai suoi sogni, vendeva come poteva per strade e borghi – olio su tempera, congegni accatastati l’uno all’altro. Questo sembrerebbe essere il bagaglio d’eredità che lei mi ha lasciato, rifletto ad oggi. Assieme agli istanti, vi alloggiava l’eternità delle sue contraddizioni, della sua ambivalenza, dei suoi tremori, di quello che gelosamente custodiva senza sentirsi in possibilità di analizzare, di conoscere, di accudire nelle profondità più recondite della fragilità umana, condizione imperturbabile, agro-dolce.

E se il figlio si assume la responsabilità di essere, preventivamente, prodotto di un fantasmatico intruglio tra circostanza ambientale, fenomeno e inconfutabilità genetica, allora il genitore – che spesso funge da figurino autorevole, dotato di una particolare e a tratti stravagante antinomia morale – andrebbe rivalutato a occhi aperti e mente lucida come essere umano tra ruolo e espressione. Il rapporto bilaterale che intercorre nella dinamica dualistica prole-caregiver – nello specifico “madre sufficientemente buona” -, aveva anticipato già lo studioso e pediatra Donald Winnicott negli anni ’50, si forgia all’interno di uno spazio e di un tempo dotati di una sola accezione e non implica in nessun modo la trattativa e il compromesso promotori della genesi di un dono, bensì di una vera e propria vocazione al paradosso per antonomasia.

Il figlio, interfacciandosi con le domande e le repliche del mondo odierno, si butta a capofitto in quella che è l’incertezza della presenza familiare e dell’attaccamento al genitore accompagnatore che, a lungo termine, può divenire genitore potenziale – come lo definisco io – e promulgatore di scelte e incitazioni che escludono però la totalitarietà delle proprie forme d’identificazione proiettive o retroattive che siano, apprendendo a coniugare il verbo della difformità. Spesso accade che, appropriandosi del sentimento megalomane dell’appartenenza e del possesso, la figura adulta si dimentichi di insegnare e impartire con passione al proprio bambino non il discernimento tra bene e male – che di dicotomie artificiali la realtà è ben avida!- , bensì l’onnipresente facoltà della scelta di cui il piccolo non verrà mai privato: io, genitore, cerco al mio meglio di non promuovere il diniego, il divieto o l’incongruenza attraverso il modus operandi del “non si deve fare così poiché è sbagliato e non va bene“, ma m’impegno a donarti la potenzialità del desiderio nel tuo personale cammino di vita tramite il “tu puoi fare sia così che negli altri modi, io ti informo sulle disponibilità e sulle correlative conseguenze ed effetti che le tue azioni e i tuoi pensieri possono scaturire all’interno della tua forma di vita – difforme dalla mia”, responsabilizzando e arricchendo quel senso acuto di vista e senso emotivo che in ogni individuo prende segmenti e definizioni uniche, poco algoritmiche. A fare la differenza, nel processo di interazione e crescita introspettiva e interpersonale dei due ecosistemi, risulta essere proprio la presa di coscienza e la consapevolezza dell'”effetto farfalla” che veicola e governa il proprio senso di identità e quello del prossimo. Ecco come l’Io nasce e evolve sempre nell’Altro – a detta di un certo signor Heidegger – che aveva già disposto nelle sue filosofie la corrispondenza dell’individualismo nella mondanità sociale e culturale. Io mi rispecchio in te – dice il genitore – ma tu non sei me. Io mi vedo in te – dice il figlio – ma non sono te. Entrambi affermano e ribaltano, riaffermano e ricostruiscono la propria individualità attraverso l’uno il lascito, le risorse e la complessità ereditaria dell’altro: il vero colpo alla lotteria lo si ha quando al piccolo viene insegnato a stipulare, raccontare, trascendersi e conoscere a parole sue, a passi propri, a verbo incarnato – che non sarà mai quello del genitore. D’altro canto, quest’ultimo ne prende atto e accoglie la metamorfosi del bambino nell’apoteosi della diversità esplorativa: gli impartisce la vita pur non appropriarsene, gli vuole bene e gli promulga a volersi bene esattamente per quello che sceglie di essere, senza accantonare il suo ruolo di fonte di ricerca e di sosta, di informazione, di consiglio. Quando ciò avviene, le posizioni si confondono gradualmente in maniera spontanea, la relazione a suo tempo diviene “orizzontale” e l’omeostasi tra ruolo ricoperto e espressione umana viene preservata.

E non c’è da sorprendersi se – tra ieri e domani – mi ritrovo a vent’anni a tamburellare, a mia volta, con l’indice sul voltante dell’automobile, con la playlist diffusa a bluetooth che trasmette titoli remoti, e quasi relegati ad un postmodernismo cinico, come quello di “All about Us”, delle t.A.T.u girls. In grembo una sensazione familiare: mi guardo nello specchietto, gli occhi sono quelli di mia madre, il riverbero è mio. E’ l’invulnerabile non invadenza della genitorialità del figlio.

Famiglia a Passeggio. Parma, 2019.

A cura di © Alessandra Stanisteanu.

IL SENSISMO E LA CORSA NELL’ INCONGRUO

QUANDO IL RESPIRO SI TRAMUTA IN ASCOLTO

Ci ritroviamo sul lungo mare, passeggiamo, i passi si muovono brevi. Sono le cinque e mezzo di sera, ciò significa che – da insopportabile calcolatore – decido di accollarmi due conti e misurare tramite un calibro astratto ciò che in dimensione permane del tempo al sole. E’ estate – vorresti dirmi tu, e ti tradisce l’espressione – pertanto i raggi calano tardi e l’ombra si fa attendere. Lo comunichi con la gestualità: la bocca tesa, le palpebre dimesse, le gote dall’accento incerto e il vento che incomincia a praticare la sua danza sulle braccia, ergendosi imponente al di sopra del confine.

Come a voler restare in studio, poggio i gomiti a mezz’aria, traccio qualche linea di conforto tra l’acqua che resiste e il cielo che s’accomoda, genero in forma mentis matrici inusuali, talvolta spoglie di norme consuetudinarie, che mi possano permettere di regolarizzare l’ambiente e familiarizzare con la brezza inesaudita. Affondiamo i piedi nella sabbia, i granelli s’impongono di volere a me seppellire quest’irrefrenabile voglia di correre, di sollevarsi, di primeggiare sul terreno. Così mi abbandono adagio e tu te ne accorgi.

Scegliamo presto un luogo dove stendere i teli, un luogo di una peculiare centralità, singolare e esteriormente inaccessibile alla distrazione socio-analitica in dotazione sul momento: genitori disertati, coppie naufraghe, stendardi italiani, interminabile contenimento di paroline accatastate l’una all’altra, bimbi aggrovigliati al pallone, occhiali da sole, altri occhiali da sole, molti occhiali da sole. I nostri – penso – sono occhiali da vista. Allo sopraggiungere delle onde che, per gradualità e in crescendo si scagliano con voga sulla riva, fugace mi rammento di un particolare: una rapida intermittenza, un passo di una poesia di quell’antico di Turgenev, quasi immediatamente riportato in uno dei sette cassetti della mia memoria a breve termine – la porta d’ingresso che segna la fine della camera subconscia. Custodisco gelosamente quel frammento di reliquia. Mi volto in direzione del porto lasciandomi accecare dai raggi ormai in divenire fiochi: quasi non me ne accorgo, il ricordo dell’amico russo già sfoca all’interno della mia mente, va lontano. Forse s’insedia nell’ultimo scompartimento della corteccia parieto-occipitale. Rimane solo un’orda di riverberi armati a dare la caccia alle nostre ciglia.

A volte mi fungi da distrazione, sei distrazione, sei gioco, sei nulla di serio. Come io mi percepisco attraverso i sensi organici un nulla di serio. E mentre agguanto la fotocamera decido contemporaneamente intenzione e preciso comunicante. Mi avvalgo di scelte, mi distraggo da te. Monto l’obbiettivo, do un colpetto titubante alla manopola d’accensione, m’invento di volermi sbizzarrire con il fuoco. Una breve frazione di secondo, la fotografia viene inviata al sistema di memoria. Un alone nerognolo compare, al centro della scena, ostruendo la centralità dello sfondo.

“Il digitale fa cagare.”

pronuncio. Ho ancora un occhio scoperto – un oblò impolverato – e l’altro immerso nel mirino. Tu ammicchi e io intendo tu stia pensando a quanto quello che esce dalle mie labbra sia sciocco, a volte. Inizia a spingere come un treno, questo dio vento, e la tua periferia corporea si accerta di informarti che è tempo di levare l’ancora e far salpare la nave verso l’entroterra della città. A me la pelle si trasforma, ho la peluria delle braccia che si rizza.

“Che freddo!” esclamo e allora, con sorpresa, al posto di tuffarmi nei miei pantaloni, che faccio? Mi svesto ancora e mi scopro lasciandomi in costume. Tu mi guardi, stordito, aggiungi: “Che freddo, ma tu ti spogli?” e sembri sorpreso, ma io so e riconosco che in fondo – probabilmente – tu non lo sia realmente. Lascio il decorso di una risata e ti replico che non me ne frega niente, perché quando si ha in mano un potere come quello di poter manipolare a piacimento spazio e temporaneità, i brividi e le sensazioni si fanno da parte per poter lasciar concorrere davanti a loro un atleta di gran lunga più efficiente: l’illusione della celebrità di potere nel lago della finitezza come imprescindibile e inconfutabilmente irritante condizione umana. Dunque, attraverso i mezzi fornitemi dalla prospettiva emotiva riesco a sentire un incurvamento delle pieghe agli estremi della tua bocca e ti concedo pure di allontanarti e confonderti in mezzo ai banchi d’acqua davanti a noi. Un brusio, i cortei di folle andarsene facendo emergere impronte sulla sabbia, i toni e le cacofonie affievolirsi, il tuo respiro e il telo che ondeggia, mentre ci armeggi per poterlo sgomberare dai residui di spiaggia: mi rimangono circa sei secondi virgola novecentosessantadue per poter evacuare gli angoli della mia vocazione allo scatto. Che diceva, Turgenev? Non riesco proprio a recuperare. Ciabatte ai piedi, attrezzatura in spalla. Il mare ci saluta con un bell’arrivederci, a me sembra perfino rivolgere l’occhiolino.

Igea Marina, 2020. Scorci Incongrui al Tramonto.

Un monologo a cura di © Alessandra Stanisteanu

LO SCONQUASSO AI PIEDI DI MINNEAPOLIS

LE PERIGLIOSE ZONE D’OMBRA DELL’INCOSCIENZA BANALE A CAPO DELLA DISCRIMINAZIONE RAZZIALE

“Light them up!” si ode incombente rimbombare tra un capo della strada e l’altro della località di Minneapolis – ultimo e recente epicentro delle manifestazioni a disfavore del corpo di polizia locale e dell’immoralità che ha veicolato l’omicidio dell’afroamericano George Floyd, 46 anni, a nome dell’agente Derek Chauvin – mentre la folla marcia e procede, a partire dal 26 maggio, con passo greve e impavido lungo le vie del Minnesota, la terra bagnata dallo storico Mississippi. L’aria diviene rarefatta, muta, assorbe, avvolge e costringe in una morsa invisibile i civili che, in qualità di funamboli, pesano le proprie gambe sopra un filo instabile, all’incessante ricerca di un equilibrio che – di fronte all’ennesima vittima nera dell’occidentalismo capitale – soccombe ancor prima di poter prendere forma.

“Light them up!”,

ancora.

Un’incitazione, uno sgomento, un precedente che sfoca: questo il grido della milizia poliziesca americana che, improrogabilmente, combatte le voci incommensurabili del “melting pot” protestante con armi a base di vernice, gas e cortine fumogene e accecanti tasse di lozioni al peperoncino. Così viene premuto ulteriormente il grilletto dell’insipidità e dell’intolleranza, dell’ordine nell’incapacità di gestazione del caos, del silenzio nel rumore. E se ci si dovesse domandare l’esistenza di un’assordante sordità, la replica risulterebbe positiva e degenerante di fronte ai lamenti di Floyd – accusato velocemente di avvalimento improprio a base di banconote contraffatte – sdraiato a terra, ripreso, osservato e indagato dagli sguardi inquisitori e terrorizzati di gente immobile. Di “gente di Dublino“.

Chauvin preme la propria gamba sul collo del soggetto “deviante”. Lo immobilizza. Una somma di venti dollari carta, presunta resistenza agli agenti, il rifiuto, il respiro affannato, l’asfissia, le patologie cardiovascolari pregresse, dicono. Infine, la morte così simile – per circostanze, intenzioni, coincidenze – a quella di un altro afroamericano, Eric Garner avvenuta nel 2014, alla luce del sole a Staten Island in piena giornata di luglio. Un’analogia tesa, quella tra il poliziotto di Minneapolis e Daniel Pantaleo, all’epoca operativo al NYPD. Otto minuti e quarantotto secondi, disputano, che risultano sufficienti a generare divergenze di pensiero e opinione interminabili: George Floyd è stato assassinato con volontà? Derek Chauvin, la polizia, il disonore, tutte particelle che incarnano le proiezioni ideologiche di una nazione e di un pianeta umano che di umanità spesso si dimentica le caratteristiche a favore dell’estremizzazione e della categorizzazione razziale? La perizia dell’autopsia è stata mostrata: i referti chiacchierano, dichiarando apparentemente una relazione correlativa e non di causa-effetto, quella esistente tra l’atto impunito ad ora dell’agente su Floyd. Diverse fazioni si schierano a destra, altre a sinistra, altre ancora su per giù trascurando la possibilità di un’equità non estremizzante. Volti noti, meno noti, facce coperte, maschere, motti d’animo, slogan.

Fotografia che inquadra una manifestazione in memoria di George Floyd, Detroit

“I can’t breathe!”,

“Black lives matter!”,

Un coro straziato, le braccia al cielo, i pugni rivolti in alto, un Dio che sembra essere scomparso, diseguaglianze che non devono più reggere la forza di gravità. Vicende che tutt’intorno mettono a dura prova la veridicità del diritto umano – promulgato in natura e per sensibilità emotiva. Cosa rimane di certo, nel bel mezzo della faida? I manifestanti non si arrestano, il rancore e la delusione disapprovante dilagano a macchia d’olio ormai anche fuori dagli Stati Uniti. Si distinguono per ultimi gli interventi di attiviste quali Tamika Mallory che tuona al capitalismo: “La violenza ce l’avete insegnata voi!” – a sottolineare l’insidiosa e impermeabile conseguenza di un’istituzionalizzata e mai caduca volontà di semplificazione etnica, condanna razziale e velata e banale indifferenza che governa a camice bianco all’interno della comunità mondiale. E ancora: “La violenza chiama violenza!”, versi che ricordano le radici fraudolente del dispotismo internazionale, un gioco di memorie, una frattura che squarcia quel velo fenomenico che copre e confonde spesso posizione di ruolo e posizione d’essenza. L’atmosfera si appesantisce nuovamente, si assiste ancora alla tettonica delle placche da un punto di vista sociale e politico. In risposta, il ricorso ai mezzi che machiavellicamente giustificano il fine:

“Light them up!”

Il ricorso ad aprire il fuoco. Ad accenderlo su vite impazienti, eterogenee, indomabili. Un istante senza promulgazione, privo di raziocinio, pregno di condizionamento e di preamboli e stereotipi viscerali. Il pregiudizio, l’appello agli utensili da guerra, l’arresto di ragione nell’atto di esecuzione, il richiamo disperato di una solidarietà leopardiana senza precedenti nell’assordante suono dell’utopia morale. Verso chi dirigere la colpa? Chi l’espiabile, chi il carnefice?

Risulta complesso abbandonarsi all’impegno in questo modo, incatenati a un sistema sociale che inculca all’obiezione lo scopo primario dell’acquisizione, della definizione, del dogma e non della musica e della ridefinizione. Il silenzio rimane una scelta, un attimo decisivo: un proiettile che porta con sé un rumore sordo, un tonfo. E poi, solo la discrepanza tra i poli opposti, esistenziali: non bene o male – che si dissolvono, spogliati del loro valore accentuativo – bensì reazione e strategia.


A cura di Alessandra Stanisteanu ©

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