L’ETICA DELL’AUTENTICITA’

CONCEDERSI ALLA DISTANZA PER POTERSI REINVENTARE SUL PALCO DELLA META-FAMILIARITÀ

BREVE TRATTATO SUL MALINCONICO OGGETTUALE

Partire, rivolgersi, alimentarsi e tornare, voltarsi: è il ciclo indissolubile del viaggio all’interno del quale la meta non assume più la rilevanza prediletta dalla regola. Quando si nasce, si è soggetti biochimicamente blaterando ad alterazioni secretivo-ormonali materne del sistema dopaminergico e affiliati quali l’espletamento e il rilascio in sangue di ossitocina e principi abbozzati di molecole organiche come dopamina e adrenalina, filosoficamente apostrofati come promotori neurali dell’amore. Si evince, pertanto, già dal principio dell’esistenza un attaccamento biologico e – attiguo successivo – deterministico e affettivo all’Altro in quanto – per aspettativa precoce – prolungamento esteso del senso di vita proprio, e i conti con la difformità dell’ultimo arrancano a pieni passi solo dopo aver marciato sulle prime fasi dello sviluppo natale. la realtà subisce metamorfosi kafkiana e dall’onirico si trasla al malinconico oggettuale: il soggetto, in pieno riconoscimento consapevole del movimento ondeggiante della marea ambientale interpersonale e della meccanica del cuore induttivo, nuota privo di branchie autosufficienti contro le correnti dell’accondiscendenza. S’intende ora che il bambino interiore si interfacci alle dinamiche sistemico-familiari: oggi mi sveglio, preparo le valigie, disegno tratteggiando le prime linee del contorno e, salendo con i piedini sulla locomotiva per l’ignoto, mi trovo in mezzo a gente che ancora non conosco, per volere delle voci dell’Altro, ancora e per sempre. Mi trovo dentro questo mucchio di banchi da mercatino detto “famiglia”. E cosa accade, d’ora in poi? A chi lo domando?

L’ennesimo e interminabile dibattito dal dualismo audace natura/cultura s’insinua vertiginoso a stipulare le norme e i parametri secondo cui gli autori poi trarranno definizione: la famiglia eco-sistemica – insieme di sconosciuti con cui geneticamente si condivide patrimonio anatomo-fisiologico e culturale e dal quale, arrivato ad una certa tappa di istanti vissuti ci si vuole o ci si deve necessariamente disgregare per potersi lasciare all’espressione della sviscerata tracotanza dell’essere e di quell’antipatico senso d’identità, che una tale Melanie Klein circoscrisse alla costruzione del mondo interno attraverso processi ontologicamente significativi di proiezione identificativa, oscillanti tra posizioni delineate conseguentemente schizo-paranoide e depressiva. Da cosa fugge, il bambino? Da cosa fugge il genitore? Dalla separazione, dal lutto. Talvolta, dallo spartiacque generato dal diaframma del conflitto. Qui e per tutta la durata degli anni vi è un’elevata percentuale di probabilità che si manifesti l’incongruenza a carico della parentela nella formulazione di tutte quelle norme convenzionate e nobili che vanno a influenzare il costrutto familiare: la legge della mente categoriale sancisce per etica adeguata e immediata l’inconfutabilità e l’onnipresenza del contatto e della prossimità dei membri: genitori e figli, sotto lo stesso tetto, sviluppano una sottospecie di dipendenza prossimale l’uno dall’altro, senza spesso e volentieri concedersi tempo e volontà di contemplare e accogliere la diversità dell’espressione. Sopprimere il paradigma comunicativo è il compito considerato migliore nel mantenersi vicini in assenza di essenza. Così, il “divorzio” non avviene, a fin di buone permanenze: il genitore desidera il bene effettivo del figlio collimato al bene pensato e partorito in sé, nonostante possa influire sulla condotta e sul benessere psicologico del bambino in maniera irreversibilmente disonesta. Inevitabile, però, ammettere che i gradi di separazione fungono da nutriente indispensabile alla parafrasi di un testo letto con le lettere del progresso e della crescita singolare e plurale dell’individuo. Il fine ultimo di restringersi l’uno all’altro in luoghi del corpo e del cuore stipati e addossati nel decorso delle esperienze – così moralmente piacevole e utopico, grandioso, onnipotente all’Ego – se portato all’estremo non si rivela essere nient’altro che una menzogna che ci si racconta a vicenda per non poter sopperire alla fatica dell’incontro con il crollo più profondo delle aspettative egoistiche del proprio individualismo. La famiglia non dovrebbe essere edificata in virtù del legame, ma in virtù della distanza. Nessuno potrà mai essere qualcuno in grado di scrivere il sistema familiare come inderogabile e convergente luogo di principio, fine, adattamento e libera e veritiera espressione dell’Io, poiché la natura degli accadimenti ne impedisce l’imprescindibilità dell’appartenenza, a significare: io, genitore, non do genesi alla vita della prole per poterne soffocare la possibilità dell’itinerario poi, bensì delego la vita della prole per potergli insegnare la possibilità della partenza – e, eventualmente, dell’incertezza del ritorno. Ovunque, quandunque, che sia a chilometro due o a chilometro trecentosessantaquattordicimila. Il contatto, seppur rarefatto, deve significare e deve generare significanti agli interlocutori; la famiglia deve aver senso come luogo di ristoro e di interazione, solo se spontaneamente slegato dalla condizione basilare e pseudo-morale della coercizione prossimale, che a lungo si merita il premio conturbante dell’ambivalenza e della corrosione viscerale affettiva. In altre parole, la famiglia non è necessariamente riparo, ma lo può divenire per scelta, tralasciando quelle condizioni di unione biologica che di punto possono nuocere alla rappresentanza dell’autenticità famigliare. Ulteriormente, famiglia non è casa, casa non è famiglia, e famiglia è laddove la parola e l’azione s’intrecciano libere e conflittuali, evolutive, mai sature, mai sazie.

Il genitore è colui che lascia in eredità il biglietto di sola andata al figlio, non colui che lo trattiene e per valore ne induce il ritorno. Non toccarsi spesso o a lungo, non significa non sapersi tangere in maniera trascendentale. Non vedersi spesso o a lungo, non significa non sapersi guardare. L’etica del nucleo e dell’amministrazione alla sopravvivenza non induce all’etica dell’amore, sentimento che supera qualsiasi nozione canonica o aristocratica che sia. Tra fango e acqua, il padre, la madre e il figlio restano tali se reciprocamente voluti, conosciuti, esplorati e accolti in infiniti percorsi innestati di forme e menti incondizionatamente. Correre insieme, o corrersi incontro? E’ sempre in balia dell’ingranaggio dell’animo giocare con i termini della verità, quasi spudoratamente incosciente a preferirne la lontananza vicina al libero artefatto della felicità dell’essere come si è e si vuole, piuttosto che la vicinanza lontana e vacua del costume familiare debito ad un canzonatorio mos maiorum post-moderno.

Frammenti di Una Corsa nell’Ilarità. Emilia-Romagna, 2019. Fotografia a cura di Alessandra Stanisteanu.

A cura di © Alessandra Stanisteanu.

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