(senza/con)

Lasciando, si parte dal lascito alle costruzioni. Retoricamente, s’incomincerebbe scrollando lungo il sud delle scapole tutto quello che al pensiero e alla parola aggradano per un significato che riempie metafisiche e quotidianità motrice – le emozioni, il sentimento, la motivazione, l’autorealizzazione, la finalizzazione o la completezza – per potersi sempre più accorgere della sottigliezza e della caducità dell’azione a mano d’uomo, che non solo si concretizza per un mezzo e per un nome, ma per uno scopo. Lo scopo sarebbe il congiungimento armonioso tra l’uno capo e l’altro termine della punta di una qualsiasi cosa, l’egoica trascendenza che monta sulla voce che cerca responso, identificazione, scelta, senso di esistere nel mondo caotico della velocità. Non trovo tempo per la solitudine di un illogico trattato tornaconto meta-narrativo come quello della vita del pensiero umano, quanto ne risarcisco attraverso una scolarità docile e stipite di tangibilità, materialità e forma. La congruenza vigente entro le cinque connotazioni categoriali sensoriali adottate per rappresentanza analogica e morfologica dall’uomo (tatto, udito, vista, olfatto, gusto + una bella etichetta extra, la presunzione) nasce ed evolve in percezione di senso compiuta attraverso un maggiore consenso consapevole nel momento in cui la psiche, la mente, la patrimonialità dell’ingranaggio ideale giunge a formulare un obiettivo e/o una risposta quanto più paradossalmente soggettivo-assolutisticamente accurata al suo annaspare tra le cordialità remote del dubbio e dell’incertezza di una vita che mai ha regalato e mai concederà all’essere umano l’immortalità del suo senso d’agito.

Potrei rinominarmi uno come il certo signor Bauman, reiterare sul plastico e arrendevolmente apparente nominale di società liquida, vita liquida, e altre stimolanti giostre sue, non sue, nostre, vostre; non toccherebbe all’altro quello che a me tocca nel rimuginare con avidità e senza alcun consueto fuoco di lucidità su ciò che realmente è, l’azione dell’uomo, nell’antitetica formulazione del tempo, con le sue linee, il suo luogo, le sue direzioni e le sue contraddittorietà. E’ con le vetrine della dimensione virtuale che, giusto, abita la possibilità di osservare quanto una condizione di condanna e di critica odierna raffiguri in verità più di prima la conservazione e l’impreteribile essenzialità del voler agire e intendere in funzione dell’altra cosa da me, dell’Altro di fuori da Me, come direbbe analogamente un autore come Lacan, un filosofo come altri Heidegger, altri Hegel; dell’estraneità che abita al di fuori del confine individuale e psico-fisico della persona in quanto tal’-uno – e ci metto l’apostrofo, perché ne necessito. E’ l’intimità che è nel “mercato”, o nella condivisione. In una vista, nelle mostre, nel portfolio, nei riconoscimenti, nel corso di marketing avanzato che hai concluso l’altro ieri. Tu sei, dicono gli altri. Tu sei, e tu diventi, a mano a mano. E nella giustapposizione quasi impercettibile tra singolarità e recondito desiderio di ammetterne l’incidenza con il collezionismo e la collettività, ecco come si potrebbe vedere scomparire lontano ciò di cui sempre mi meraviglio tanto: la forma di contenimento dell’esposizione.

L’immortalità è a questo punto doveroso esprimersi come intoccabile nella versione che più si avvicina ad una verità universalmente se non piaciuta quantomeno accolta, ma ha la possibilità di essere immoralmente infinita per gli istanti in cui riesce, grazie agli strumenti adeguati, di rimanere appesa ancora un poco ai bordi della recinzione vitale, come fosse un palloncino legato al lembo di un lampione che resta lì a significare e significarsi chissà per quale indicibile e poco prevedibile lasso di tempo. Qualcuno ne leggera i colori, altri lo additeranno, ancora ne custodiranno il segreto, per l’eternità che tocca a ognuno di vivere. Va bene così. L’uomo contemporaneo soprattutto ora ha l’illusione di poterne raccogliere ed estendere oltre il decorso degli anni l’essenza attraverso l’evoluzione tecnologica, artigianale, artistico-prefilosofica, testimoniale. Il ricordo dell’esperienza svanirebbe senza l’occhio altrui, io non esisterei senza te. Potrebbe essere fuori luogo chiamarlo “principio”? L’uomo preistorico si assuma sia stato impossibilitato a fare elenco. Se vado al parco, voglio testimoniarlo. Se prendo il caffè con Luca, voglio lasciarlo, anche per un solo frammento di secondo, in pasto alla documentazione. Se porto a termine un percorso di studi, tò!, mi sono laureato anche in una immagine. Lavorare, affermare, dire, dialogare, postare, fotografare, lasciare impronte che sembrano rimanere ferme e granitiche davanti al moto trasformativo della terra. Ma alla terra va bene, e a me pure, ripeto, va bene. Va bene, perché nulla di per sé si concilia in un intrinseco significato di modo, se non nell’istante stesso in cui ha la potenzialità – che per molti sarà difetto, dedurrei – di frammentarsi e confondersi nell’atmosfera della storia. Questa è la potenza di una vita, nei confronti dell’azione umana. Al contrario e insieme, la potenza dell’azione dell’uomo, nei confronti nella vita, risiederebbe nel non temere la confusione. Cosa direbbe, uno famoso che sa parlare meglio di questo monologo? Voglio trovare un senso a questa vita, anche se questa vita un senso non ce l’ha, probabilmente? Con la A, di ha, estesa. Mi pare fosse una canzone di Vasco, o Zucchero. Non saprei. Da piccola li confondevo spesso.

Ecco. Chissà domani cosa ne diviene. Adesso, questo è un palloncino lasciato. Al lembo di un lampione.

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