VERITA’: LO SCORCIO SBIADITO DEL MOVIMENTO

QUANDO RIENTRI, TE LO RICORDI?

Rientro dalla passeggiata, oggi sbiadito. Gli acari aggrappati ai piumini, leggere brezze, batteri che salutano un vecchio e adulatore germofobico petulante, nuvole discostanti e generali. Distanti come sono io, per noi. Rientro, sbuffo lieve, non nascondo l’interdetto mezzo appoggio di metà idea, che fugge. Chiudo la porta della camera, è sera. A me non piace questo, gradisco quell’altro, preferisco la preferenza del non lo so. Cosa preferisco, esattamente? Appoggio la penna facendola scivolare lungo la pagina ingiallita dell’agenda, siffatta “agenda studenti”. Studente, stu-dente, s-dente, mi diverto sbiascicandoci. All’interno dei padiglioni auricolari, molto in fondo, le cellule ciliate innervate capillarmente vengono stimolate dal rumore della stanza estranea intorno a me, che a dir vero l’estraneità delle mura la percepisco quando realmente mi stringo in una sola parola. Una parola, ammaccata. La parola che molto posso affermare di poter volere per me: verità. Un sostantivo idilliaco, generativo, esemplificativo, che non esiste. Perentoriamente, si traduce – ma non morsica – e non induce. Non conduce a nessun prototipo di evenienza. La verità incongruentemente non esiste come dato di fatto, come morfologia, come eziologia: quelle sono conseguenze, logiche tessere d’indulgenza seghettate che si avvinghiano intorno alla sensazione di contrastante fragilità semplice che è data all’uomo come diritto d’essere tutto, fuorché verità.

Ogni tanto lo faccio risuonare, il pianoforte, come un eco lontano. A raccoglierlo sono i messaggi subliminali che veicolano la sinusite acuta in ottemperanza, priva di qualsiasi richiamo a soddisfare tutte le voci che attorno un fuoco dedicano all’individuo la gravità di quell’essere fuori e altro, da sé. Vorrebbero, dicono, stabiliscono, indulgono, consigliano. La televisione, una scatola cranica, scatola comica, che non tengo e dunque sostituisco con il bisbiglio di Brunori Sas. Ripensando alle piccole e affusolate realtà che riverentemente sento l’illusione di provare vergogna a confessare, La verità musicata dal cantautore mi impone di lasciar morbide le dita e di smettere di osservare la parabolica immaginativa della biro nera. Che colore, il nero. Oggi mi piace, domani no. Oggi mi piaci, domani no. Oggi mi piaccio, domani mai. La natura è splendida, e per quanto possa esistere uno studio ardito sulla prossemica delle catastrofi e dei miracoli, io ancora e a lungo, custodisco gelosamente due segreti. Il primo è che, il mio tempo in quanto artigianato d’opera, non mi va di buttarlo troppo in pasto alle strade dell’aria che sta esterna al corpo. Agli alberi, al cielo sconfinato, alla luce, alle indicazioni di un chiunque altro che si permette presuntuosamente di assumersi il possesso del vento che sfiocca sulle guance. A seguire ore di sole, di pioggia, di precipitazioni, scrosci, sento l’esigenza di ricompormi sui passi, per risolvermi in un luogo che non possa darmi l’occasione di deturpare la terra, per troppo tempo, con le mie scarpe. Le quattro mura. Il lasso temporale di permanenza fuori, si manterrebbe solo nel caso in cui i miei piedi fossero in grado di librare docilmente, nude, per l’erba che, per le leggi gravitazionali ossequi, non cede il suo nome alla mia identità. Prima o poi, ci dovrò fondermi senza essere egoisticamente invadente, penso. E qui, la verità si risolve tutta per intero in questo istante di intima coincidenza verbale, che non sento ancora di poter esporre ad alcuno. Avevo detto, due segreti. Il secondo è andato via con la penna.

La verità non è nell’appartenenza, è nel senso attribuitosi della stessa. Nella percezione e nel gioco solitario della scomodità, dell’inadeguatezza. A sentirsi inadeguati, mi dice Brunori, si finisce per scomparire. Ad esserlo meramente senza doverne cambiare i connotati per accontentare una sensazione che ha come prodotto finito il presupposto sulle bocche altrui, si finisce per andare sulla strada del vero, un attributo sintattico che ha come scopo, quello di non piacere egregiamente, ma di espellere. E quale miglior vero, se non quello che si sussurra in mezzo a una stanza? Accendo una candela, ed espello quello che si è intrufolato nel torace organico della frenesia vitale che ogni giorno ho la fortuna di poter raccontare. Riprendo a spostare gli occhi.

La verità è una delle poche canzoni che, al primo ascolto, mi ha fatto accorgere di essere anatomicamente dotato di un paio di occhi che funzionano per catarsi grazie a delle tendenziosissime ghiandole lacrimali. Non un gran numero, ma una di quelle cose da cui, dopo una notte occasionale, vuoi assolutamente fuggire. Onde a evitare quella romantica e affettuosa colazione a letto che è capitato di ricevere ma di cui si ha l’inabilità di percepirne il sottile velo della richiesta. Quella di rimanere a pranzo insieme. Per me, che mi dileguo e appeso resto solo intorno alle righe che ritengo di poter tracciare, la verità è una cosa che si confonde difficilmente oggi, e rapidamente domani. La verità è quando non si percepisce quel fastidioso ronzio del doversi esplicare in un motivo, in un momento, coagularsi in un perché. Quando qualche secondo di una staticità silente condivisa supera le tre ore di blableria adoperate con l’amico della circostanza. Che torto farebbe rassicurarsi di aver spazio per ognuna di quelle idee, astratte o progettuali, per i lunghi piani e le brevissime soste? E’ la verità, la parola preferita, che ricorda all’alterità di avere un diritto al momento e all’importanza della forma senza spigoli.

Chiudo l’agenda incompleta, l’abbozzo sconclusionato si dissolve, la penna riposa e concludo la raccolta delle verità che rimane sinonimo di ricerca, analisi e caparbietà, mai di risposta o dogma alcuno. Brunori si spegne, e nella stanza riaffiora piano quell’intransigente capriccio umano tipico di chi si spoglia senza professione, cedendo alla nudità del corpo la verità della contraddittorietà. Lascio così trascorrere un altro paio di mesi, in modo tale da ravvivare l’incontro nell’istante in cui pensato ormai dimenticato dentro alle pieghe del garbuglio esperienziale.

Pieghe a Ritorno, Mantova, aprile 2021. Fotografia a cura di ©Alessandra Stanisteanu.

Una rubrica a cura di ©Alessandra Stanisteanu.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: