STEREOSCOPIA D’UNO SPAZIO

ANEDDOTI ALL’OMBRA DI UN GIRADISCHI

Ritorno, poiché s’incomincia da un espatrio d’accoglienza. Il mio è quando le mie gambe varcano soglia, lasciano abbracciar la porta alla parete portante e la fame per principio s’insinua nelle viscere come un mendicante senza riposo. Allora, assecondo. M’bbàndono, riponendo la borsa trafelata di voci risolute all’angolo sporgente della scarpiera, sfilo dal corpo gli indumenti, mi ingegno in qual maniera e, dopo aver acceso la luce d’ingresso, mi dirigo verso la finestra che fa verso alla via. Afferro con negligenza il manicotto del camice e – non avendo ancora adoperato tenda – lo allestisco in modo da celare quel che accade all’interno di casa. I vicini lo notano, che non m’addormento alle otto di sera. E’ primordiale, prima di appostare di fronte ai fornelli, mi calo verso i vinili ed estrapolo una copia in commercio, ma non di mercato. Sono i Men I Trust. Io m’identifico – affermo con un certo rigore – nella comunicazione svasata di una melodia come quella dei Men I Trust. E poi, sempre d’uomini si discorre, a sapersi. Il disco labile inizia a fremere sottostando alla pressione della punta, gli altoparlanti di serie B graffiano estraendo rumori ostentatamente dilettevoli. Cucino, dunque. Classicisticamente, filo d’olio in padella, classicisticamente spaghetto in pentola. Classicisticamente, senza destar rigore sul grammo. Pesto, rifilato. L’acqua bolle, il mestolo di legno m’invita a mescolare con indulgenza suggerendomi di rimanere appesa a bordo vasca per rivedermi meglio nel sale travasato. Il giradischi prosegue. Ritorno, mi convinco. Rìtornare è riscrivere, ridimensionare stati in funzione di traslazioni che inseguo su soffitti alti e grezzi. Il ritorno in abitacolo – e mai a casa – mi concede nuovamente di esorcizzarmi nella fragilità di presunzioni che hanno il tempo di morire, favorendo una riuscita parziale nel capovolgimento della semantica realistica, ma coercitiva, del senso di adattabilità. Le mie, sono cerchi. Le tue, sono cigolii. Le mie virgole, le tue intransigenze. A incastro, le penne disputano, brontolandosi l’una accucciata all’altra. Perché mai voler sempre compattarsi, non appena il mestolo non giocherella? E’ una risposta – sorrido – che già mi piace poter pensare di conoscere. Per pochi attimi, m’appoggio al piano della cucina e scostando la bacchetta, opto per la padella antiaderente, occhieggiando al condimento. In quei brevi frammenti di moto, mi vien da ridere un pochino e da stagliare gli abiti come a potermisi spogliare delle foglie che ricoprono il mestiere della vita normativa. La banchina di onomatopee si digrada. E’ finito il disco, debbo cambiar lato. E’ pronta la cena. Tu t’avvicini a me, e con quel fare da neofita geloso, ottenebrante, mi dici che se voglio, scoli tu.

Fài pure, se ti fa contento. Io – confesso – con l’acqua, mi scotto (quasi) sempre. Gli spazi non li leggo, la mia topografia vuole essere melliflua. Il disco riprende a parlare in versi, non concedendo eppur l’intesa degli accoramenti. I colori appaiono rubizzi. Anche la musica, a volte, torna a casa.

E così io preservo quel che onestamente è la verità della mia storia. La gentile poligamia collettivizzata dell’alterità presente, nella singolarità del me.

Parasìsdì – Susseguo ‘che. 2020 Fotografia a cura di © Alessandra Stanisteanu.

Una rubrica a cura di © Alessandra Stanisteanu, 2022.

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