DA MARE A MARE-A

QUANDO L’INVOLUCRO DELLE POSIZIONI NOMINATIVE LASCIANO SPAZIO ALLA DELIBERAZIONE

Agosto non è agosto, tantomeno suona come un pianoforte ad annunciare l’imminenza dello scorrere del tempo. Per me è così; il tempo in quanto artefatto, artificio strumentale, non esiste. E allora cerco di distendere il corpo per poi flettere la schiena contro la grata murata di un qualsiasi edificio emiliano su cui mi ritrovi ad accendere una sigaretta, o a parlare. Parlare celere, poi piano. Perché parlare stufa. E parlare scende, per poi salire senza alcun richiamo.

Adesso parlerò di te, come se mi rivolgessi al mio cerchio insondabile di terra battuta, ammicco. Mi piace parlare di te, ma quel poco, quel dettaglio giusto da estrarre come un asso dalle mazze. Quindi rivolgo la testa altrove, non ti guardo molto. Ho smesso di temere il cambio in folle in rotonda. Mi si è spenta la macchina tre volte, all’inizio. La terza, l’ho confusa per la prima. A ripartire in terza è impossibile, sai? Punta-tacco. C’è un leggero dislivello sotto le radici del veicolo, un tempio in lontananza, qualche vecchia spina tra le coste del torace. Quelle dove alloggia il Mar Batterico. Ammassi di bacilli.

Dicevo, mi si è spenta. Son ripartito, ho pensato a te, alla lentezza conta-gocce della procrastinazione manuale che ti contraddistingue. L’ho fatta ripartire, la rotonda era grande, e ho spinto sull’acceleratore con un accenno di pianto inusuale. Ho ripreso l’auto un giorno dopo, guido ora come se non fosse mai successo niente. Sono fluido, non temo, a volte mi distraggo e visualizzo il paesaggio scorrermi a metà. La musica solitamente è alta, sul sedile del passeggero un lui differente, ma quasi stabile. Lui, lui, lui, ma anche tu sai che io sono sempre “Lei”, senza Lui. Come tu, sei tu. Quando metto in marcia, capita che alle volte straordinariamente mi rammenti della difformità che a noi apparenta. Una disgregazione che raccoglie, qualcosa. La differenza sta nel braccio. Il mio è più brutto del tuo. Più grezzo, addomestica con decisione il cambio. Ci vuole perseveranza, anche tu ce l’hai. Io però li supero, i 70 km/ora. Se ti dicessi che arrivo ai centoventi in tangenziale, mi cercheresti con uno sguardo sufficiente, sbufferesti una nuvola di fumo e mi diresti: “Chi va piano, va sano e va lontano”, con quel tuo accento nostro, di una terra – una di tutte, in verità – nella quale non mi riconosco se non attraverso te.

Quando torno, vedo un numero maggiorato di svariati volti. Ci sediamo, hai un modo tuo di riaccogliermi dopo quelle tante facce tutte perse. Poi c’è la tua. Cambia tono, visualità, circumnaviga sugli incontri che abbiamo. Oggi hai gli occhi stanchi, domani le palpebre vivaci. I ruoli si perdono, s’invaghiscono dell’incertezza dell’imprevedibile decorso esperienziale, gli anni si accorciano e i corpi si scoprono dai loro ruoli “costumi”. Non esistono figli, padri, madri, amanti, sposi, amici, fratelli. Di certe storie, restano le circostanze, di altre restano le affusolate parole che lasciamo svolazzare inconsistenti nell’aria. Anche l’atmosfera ha il suo peso. E il suo silenzio. E il suo ronzìo, non dire che non è così. E quando appoggi il tuo capo sopra la mia spalla e ogni cosa va fuori fuoco, l’arnese fotografico non funge a nulla e la futilità di quel capovolgimento semantico che travolge scuotendo i racconti, è l’unica cosa reale che conta.

Potrei parlarti di quante confidenze ricevo, di come mi rendano partecipe delle loro notti, di come si aspettino da me nient’archè di tasca, logora come quella del mio pantalone. Potrei confessarti qualche dubbio, ma l’età dei vent’anni vale come qualsiasi altra età elegiacamente formulata dall’intelletto umano. E ti basti sapere che a me, la forma del “pronome” del mondo, continuerà a non interessare. Al momento stacco, so che sei in ferie. Ci vado a breve anch’io, mi nutro di ogni sole nuovo che vedo. Ho una nuova passione per gli specchi, il legno d’acero, il vetro temperato, la resina. Preferisco uscire quando nessuno si aspetta di vedere la mia sagoma in decoro. Non me ne frega nulla dell’affaccendarsi canonico collezionista. E poi torno tra le onde, Positano. La spiaggia bianca.

Portami un po’ di sabbia, al rientro. Sì, ça va sans dire. Il punto forte della modalità pensante è che riesce efficacemente o illusoriamente a far scordare i tratteggi di un confine. Appoggio gli estremi del passepartout sul banco, m’incammino verso lo schermo e ripenso a far scorrere qualche lettera dell’alfabeto sullo schermo prima di far incominciare la corsa al brano. Ti dico che ti voglio bene meno silenziosamente, mi costringi. E’ un bell’obbligo, bel doverino. E poi, ogni tanto m’è capitato con personalità amiche, di discorrere a non finire di vita, esistenzialismo, stronzate altre, moltissime. Ma pensa se domani dipartissimo dal mondo, cosa resterebbe all’incoscienza? Tutto, mì. Però, come fa ripetere a tuono nella testa del suo piccolo protagonista1 l’autore Erri De Luca, mì, lo dico pure io a te: né paù.

Niente paura. L’uomo sa essere davvero infinito.

Tras-tevere, M. Titano, 2020. Fotografia a cura di © Alessandra Stanisteanu.

Una rubrica a cura di ©Alessandra Stanisteanu.

1Riferimento al personaggio presentato nell’opera Tu, mio (1998, 2012) – Erri De Luca.

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