RUSCELLO SU GONDOLA

DI MORBIDEZZA CEREBRALE E ALTRI INCANTESIMI

Adesso, il sole tramonta intorno alle sedici e trenta. Non attende più, all’infinito, la giunzione sostitutiva promossa dalla luna. Le cede il posto rapidamente. Mi fermo a bordo di una panca, sosto per qualche minuto. Le nuvole si rischiarano e i colori s’adombrano, ed è una bella parentesi antitetica anche questa. Poiché l’uomo, fortunatamente, da sempre è contro-natura, a me piace dir così: è incongruo, e plastico. Nell’anno trascorso, ho appreso alcune nozioni di natura umana, altre di espatrio disumano. Altre ancora, di rappresentatività e dolore nocicettivo. Ho sfiorato la dimenticanza dell’io, per poi assog-gettarmi a una riemersione. Le foglie si muovono poco distanti dalla zona approssimata di campo intimo corporeo e, così, mi confermo: quanto guadagno, in un sapersi andare via. Da qualcosa, da qualcuno, da un bagaglio strutturale, da una dinamica circostanziale, da un attrito. Saper-si, andare, via. Saper uscire, poiché entrando, ci si scorda quanto è stato prodigioso – dapprima – estrar’si da ambienti infertili d’analoga compatibilità dispnoica, disfunzionale. Non lasciarsi assorbire, stringere. E, a propria volta, smettere di aggrapparsi a un fiore di speranza, che per sbocciare non ne ha, e con alta probabilità statistica non ne vuole aver, le risorse sufficienti e indispensabili. Ma, un fiore è un fiore, e questa è la legge del vento. Il gambo è detto che stia lì, s’incrini un poco. Che resista, finché è in suo potere respirare.

Ho appreso, con carico di portata egregio, che il rientro percettivo è un dono, per chi vede. Un castigo, per chi non è. E che – per simbiotica del gergo, la semantica della privazione e la mutevolezza semantica – qualsiasi individuo, dal più restìo al più docile d’animo, se condizionato ad estendere la sua permanenza in circostanze subliminalmente pungenti ed esplicitamente provocatorie, nocive, evolutivamente allertanti, può divenire ciò che non s’immagina di essere, altresì un agente reattivo co-spinto ed estenuato, che reagisce per terminologia psicosomatica e bioconduttale “out of character1. a metrica dell’irriconoscimento. Perchè ci sono storie, che s’indossano e punti limite che s’affrontano, ma se il prezzo da pagare in una co-abitazione, è quello di morir-si, appiano o veloce, non ne vale la pena. A disposizione identificativa, quel che si è, lo si riscrive giorno per giorno, ma ci vogliono secolarità addensate e tendenze contro-deterministiche, per parafrasarsi nella libertà di esistere, così come si è combattuti per fare. Dunque, si è fatti per convivere, con l’altro, nella difformità dell’altro. Si è computazionati, d’altronde, a riconoscersi, attraverso l’altro. E, se io mi riconosco in te, e ti riconosco, ma tu mi decortichi di me, non riconoscendomi a te e in me, io non mi abito più. Conclusivamente, l’altro co-abita con chi non si vive più. Quel che ho appena descritto, abbozzando, è la meccanica assottigliata e assottigliante dell’assenza nella circostanza disorganizzata, conosciuta anche come circostanza A-. E quando vi si capiti l’intreccio promulgato come d’amore, ci si soffermi sulla trasparenza inequivocabile della verità scomoda.

Cedere all’incoscienza, significa, ad oggi, non rendere onore alla primordialerrima funzione primaria dell’organo cerebrale: la comprensione approfondita di rete. L’altro giorno, mi trovavo con un suddetto qualcuno d’amico e familiare, seduti fianco a fianco, e questo qualcuno, in un momento disatteso, mi dice: “E’ incredibile. Tu mi fai riposare il cervello. Me lo stimoli di continuo, ma. Me lo accarezzi, è come se me lo cullassi“. Si pensi alla straordinarietà del paradosso: un ammasso di carica a circuito convergente, elettro-chimico, spartito per infiniti potenziali d’azione dalla durata millitemporale che…si riposa. Per poter distendere la proprietà cerebrale degli altri in coccola promotrice, si debba però prima bisticciare un poco con la propria.

Adesso, il sole è tramontato alle sedici e trenta. Mi auguro di allargare sempre le mani, e di preservare il valore del mio vissuto e il significante di ciò che ho riscritto. E lo auguro a chiunque. Mi alzo dalla panca, l’odore d’inverno nell’aria mi ricorda di quando una sera di gennaio di qualche anno fa, Tu mi prendesti sopra alle tue gambe e mi portasti su una gondola a Venezia. Eri Tu, e vedevi me. E, mentre muovevi le ginocchia in maniera ondivaga, mi sussurravi: sei su una gondola, il sole è alto e stai visitando i canali più belli. Vuoi che la gondola vada più velocemente o più lentamente? Lì, m’innamoravo intensamente sì, di te. Mormoravo: signor gondoliere, vada esattamente come sta andando. Quando sentivamo le sfide della quotidianità gravare, senza un invito, mi portavi a te, di nuovo, e mi facevi andare sull’acqua, ancora. Sei su una gondola, il sole è alto e stai visitando i canali più belli. Vuoi che la gondola vada più velocemente o più lentamente? Io ogni tanto ti sfidavo, a occhi chiusi, e dicevo: più veloce, alla massima potenza! Tu, ingranavi con il corpo facendo finta che la gondola fosse un veicolo a motore, e giocando con la bocca m’inclinavi sulla destra o sulla sinistra, come a farmi cadere. Mi tenevi ben salda a te, però. E, ad oggi, la mia tenerezza non si esaurisce mai. Non necessita di un incanalamento, di un riconoscimento esterno. Di alcuna validazione, che è il premio di consolazione di chi non sa parlarsi con franchezza. A mio parere, la primavera d’inverno esiste.

Allora, la primavera è nei frammenti che riesco a ridefinire con la nomea del sincero. E non c’è cosa più concreta, amòre mio, della totalità di questa vita fine, che si aggroviglia e si snoda intorno a noi, senza costringer-ci, mai.

pùnti di sutura celata. una fotografia di M. A. STANISTEANU, 2022

Una narrazione di vita a cura di © M. A. S.

  1. to act out of character in R. A. dynamics, and disfunctional and toxic enviroments. ↩︎

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