CILIEGE GIALLE E ROSSE

L’ARTICOLAZIONE TRANSPLANARE DI UN AFFETTO CONDIVISO

Io e te eravam bambini, ci separano tre anni di differenza. Un nulla, e un gran divario sub-temporale che ci rammentava l’uno all’altro quanto potevam divergere, in qualità di contestualismo e culturalismo fraudolento ambientale. Eravamo io e te, che ogni estate ci ritrovavamo all’ombra di un albero piantato da due anziani in pensione, un legame che ancora ora rilascia detergere odori, sapori e frangenti di coniugalità ipogenerazionale. Di anno in anno, per me, la sfida era ancor più di volerti bene, quella di volertene in una lingua che ci appartiene poco e tanto in contemporanea – io a fuggirci lontano ben prima che lo facessi tu. Venivamo lasciati così, in custodia di due signori, e in balia di promotori del gioco e del dislivello categoriale affettivo: tu eri molto più fornito di me, io inciampavo spesso in mezzo alle frasche della campagna. Quello che ci attorniava sapeva di povertà, sopravvivenza, disillusione, e i gl’altri figli di altri figli come noi, scorrazzavano fra gli ingombri di una sgambata lesta e l’altra, lanciandosi imprecazioni premature e tassi di volontà: quella di entrare rapidamente a testa in giù nel mondo adulto, unita a quella di sopraffare le ambizioni distillandole alle limitazioni di un’appartenenza nazionalistica senza bandiera. Una volta ricordo che approdammo quasi lo stesso giorno sul cortile della casa meno diroccata, io indossavo una magliettina colorata con una stampa Disney, dei pantaloncini bianchi come il candore di chi la libertà emotiva se la sarebbe dovuta edificare con il passare dei decenni, e un capello sciolto e ondeggiante che si lasciava spettinare da ogni folata di motore a diesel passante, ed erano radi e rarefatti. Tu avevi un pantalone alle ginocchia e una canotta cachi, un pelo che cresceva a conteggio giornaliero e la sicurezza figliare di chi abitava sin dalla genesi motoria in una casa di abbracci e certezze. I miei occhi erano vispi e taglienti, i tuoi rotondi e smisuratamente grandi e – seppur prole di genitori differenti – condividevamo lo stesso colore maculato e mutevole ai giochi di luce dell’iride. Io ero così piena di bene per te, che ti rimanevo appresso a molti passi da te percorsi, tu m’inseguivi quando calava la sera. Eravamo fratelli e ancora c’era difficile decifrarlo, in mezzo a tutta quella ostile presunzione, a quelle difformità famigliari, a quelle indecenze che si sarebbero sovrapposte alla mia maturazione e alla richiesta di verità che tenevo stretta in grembo come fosse l’unico luminaio da cui imparare a vedere attraverso la foschia. Alle volte, per capriccio – l’avresti vinta sempre tu, t’erano a favore genere sessuale, attese tradizionaliste, freschezza di movimento e lacuna d’età – io bisticciando con te, cercavo di mercantizzare quel poco che avevo per poi servirtelo in cambio di quel tanto grande che invece tu avevi da offrire, prodotto di altri esseri umani che ti cullavano senza condizionale. E tu, per inesperienza, alle volte ci cascavi, per poi pentirtene e esigere i tuoi oggetti prima ancora di permettermi di illudermici nel poterli anche solo provare a vivere per poco. Strillavi e andavi con l’indice puntato in alto a descrivere l’inganno agli adulti, e di me non rimaneva nulla, ma come potevi tu comprendere quello che cercavo io, in realtà. A differenza tua, m’ero più impegnativa, più abissale e più crogiolata nella mia complessità priva di competizione e tu d’altronde, come potevi arrivare a leggerla, senza un paio d’occhiali che ti permettessero di riconoscere il dolore? Nonostante questo, c’erano dei momenti in cui dimostravi di avere una notevole sensibilità, e quando mi vedevi all’angolo m’avvolgevi con le braccia e mi accarezzavi le guance senza proferire parola.

Una volta, ostentasti i nuovi acquisti e le nuove conquiste della compravendita: tu, tuo fratello, eravate i preferiti di chiunque, e io solitaria mi fondevo con il ruolo teatrale di forestiero nero. Lei aveva un albero di ciliegie gialle e rosse. Ne custodiva le radici e la frutta pur essendo immatura a tratti si beffeggiava di chi la guardava e luccicava al sole. Come due bambini annoiati delle opzioni preesistenti ludiche, stavamo sulla panchina a disegnare. Scarabocchi che prendevano le sembianze delle nostre storie, così dissimili. Ad un certo punto, le matite vissute non tratteggiavano più, non esorcizzavano né rappresentavano. Momenti d’amore mi hai dato anche nell’indifferenza inconsapevole di un bambino alle prime armi, ma tu non avevi comunque campi di battaglia in cui immergerti, tantomeno trincee in cui ripararti: tu avevi casa. Ci siamo guardati, complici, tu hai sogghignato. Poi abbiamo guardato l’albero di ciliegie. E tu a bassa voce mi hai detto: “Lei tiene lunghi bastoni di legno dietro dal capannone. Dobbiamo assicurarci che non ci veda. Facciamoci la guerra“. Io allora ti ho sorriso di riflesso e ti ho risposto: “Andiamo fra un poco, prendiamo i bastoni e andiamo sull’arena degli alberi, lì possiamo combattere“. L’arena degli alberi era l’unico spiazzo cementato del grande cortile anteriore, tutto il resto era verde e brulicante di vita animale. Spesso i nostri padri parcheggiavano le loro auto lì, ma quel giorno non c’erano veicoli a oscurare. Dal recinto, sull’altura da dislivello della casa, vedevamo i contadini passare e ingiuriare Dio fustigando i bovini trainanti aratri e carrozze di legno usurato. Io mi spaventavo, tu ridevi e alle volte, non reagivi. Tu non avevi imparato la lingua della paura. Sgattaiolammo alla fin fine sul giardino del retro, raccogliemmo i bastoni e, certi dell’assenza di Loro, iniziammo a darci contro.

Dapprima, ridacchiammo entrambi, urlavamo e inveivamo sui colpi inflitti. Era un gioco. Tu mi colpisti forte sulla gamba sinistra, producendo vari lividi. Io ti colpii sull’avambraccio, ma più soffice. Onomatopee all’aria, così era un rapporto tanto paradossale quanto leggero come quello che condividevamo e che tutt’ora, da adulti, condividiamo a distanza. Stanchi, col cemento bruciante sotto i talloni e il tramonto in vista, respiravamo con affanno. Ad un certo punto – non ricordo a chi sovvenne l’idea – iniziammo a frastornare i colpi sul tronco del ciliegio. Quante ne potevamo far schiantare al suolo? Dovevano stare a terra, come noi. Ne caddero molte, non tutte. Lei arrivò e ci colse nell’atto. S’infuriò molto, e a te lasciò sullo spiazzo a guardare, mentre a me trascinava per il braccio castigandomi e rimproverandomi, senza chiedermi chi o perchè. Tu ti mettesti in ginocchio e alla fin fine gridasti “Mollala!”, e lei guardandoti si destabilizzò e mi mollò. Ero seduta sulla panchina, aspettando che lei tornasse con il secchio di plastica. Ce le fece raccogliere da terra tutte. Tu, mentre le raccoglievi, ridevi e dicevi “Non capisce nulla quella, perchè le ciliegie prima o poi sarebbero dovute cadere per forza“. E pensai lo stesso. Avevi ragione.

Crescemmo, poi arrivò la prima litigata fra noi, i primi rancori, le prime attribuzioni erronee. Perchè non era mai stata colpa nostra – noi ci volevamo sì bene – ma era colpa di tutte quelle menzogne che come una murata si erigevano fra noi. C’erano gli altri, poi Noi. Al primo ragazzo con cui m’inciuciai, mi chiedesti molti dettagli e ti spiegai come funzionavano alcune cose. Poi c’è stato il secondo, il terzo, il quarto e via via via, tu m’ascoltavi e, annuendo con della riverenza, mi dicevi che era importante che io ti parlassi, sempre. Poi, tu finalmente, come me tempo addietro, ti trasferisti e quando venni a trovarti, eri adolescente. Io ti chiesi se c’era una ragazza che ti piaceva. Tu, con della fatica da maschio mi sussurrasti “Sì, ti somiglia. E’ complessa, complicata, profonda. E quando ti dissi anni fa che non sopportavo la tua mente, ora la riconosco come valida e unica nel suo genere. Ogni volta che pensavo di aver ragione, ce l’avevi tu.”, hai fatto presto ad abbracciarmi. Allora parlammo di lei e io feci qualche battuta e ti diedi due consigli semplici su come amare il mondo al femminile.

Sei diventato un professionista nel tuo campo, come io lo sono nel mio. E se ti ripenso, mi viene in mente quanto ci siamo amati in un’infanzia che rendeva l’amore difficile, quasi inaccessibile. Sì, è come dicevamo noi: le ciliegie sarebbero dovute cadere lo stesso. Ora, invece di raccoglierle nel secchio, le coltiviamo. Tu, poi, le mangi. Io, che a me invece non sono mai piaciute le ciliegie, ci racconto sopra, con la dolcezza di una stagione estiva rinnovata.

ef’fervescenze, 2022 – fotografia a cura di © M. A. STANISTEANU

Una narrazione a cura di © M. A. STANISTEANU

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