DIALETTICA DI UNA RIPRESA DESTRUTTURALIZZATA

DI PADRI E FIGLI, DI CONIUGI NON CONGIUNTI –
UNA FINESTRA DI DIALOGO OPERALIZZATO FRA TERAPEUTA-PAZIENTE

“Torna qui, torna.”

Mi muovo sul divanetto, il suo colore è di un beige e lo spettro a palette cromatica trasmuta in altri milionesimi di tonalità a tinta variegata. “Educati. Leggi. E’ scienza. Non avere paura.”, la sua voce mi soggiunge ma non riesco a muovere con frenesia le mani, facendole ondeggiare lungo il tessuto. “Torna, qui. Leggi gli articoli, leggi la letteratura patologica. I volumi, tutta ricerca scientifica. Le persone, lavorano. Riconosci-ti. Come funziona una mente continuamente portata al limite? Come fanno le connessioni sinaptiche, come?”. Non lo sento, continuo a muovermi. Riabito in ogni parola, in ogni azione, in ogni grido, in ogni sublimazione. “Tu sai che, il cervello”, “il cervello” ripeto sottovoce, “sì, il cervello, risponde. Ha molti modi di tutelarsi. Ne ha tanti. Di reagire.”, “reagire” gli faccio eco. La stanza è accogliente, lui mi porge un bicchiere d’acqua. Non lo bevo, lo appoggio sul tavolino affianco al manicotto. “Ascoltami. Non perderti. Fa niente, non potevi, basta. E’ dolore. Dolore ippocampale, nervino. Il tuo ippocampo è stato a lungo sottoposto a – dice una parola che mi arreca sofferenza – fino ad arrivare a deteriorarsi un poco magari. L’amigdala è sovrasollecitata. Endorfine, cortisolo, disequilibrio. Questo succede quando rimani per un po’ di tempo all’interno di una dinamica di” – ripete sostantivo – . “Lo dicono i neuroscenziati”. Lei non comprende, sa, io vorrei riavvolgere il tempo. Mi sembra di aver compresso anni, in mesi. “Dài”, mi invita con dolcezza, e austerità “Per favore, torna qui. Non lo potevi sapere, non ne avevi gli strumenti, per comprendere quello che stava accadendo” rimango in silenzio. Osservo il bicchiere d’acqua, le molecole fra loro danzano sotto pressione. “Lo potevo sapere, studio nel campo. Ho scelto di rimanere.” gli rendo risposta, ma non riesco a concludere la frase senza sentirmi il corpo pesante. “Non avere presunzione. Mi hai detto che non l’hai mai approfondito, non l’hai mai vissuto. Sei rimasta perché volevi rendere la possibilità che hai dato a te stessa, nel passato, a qualcuno d’altro. Hai ospitato e accolto all’interno e all’esterno in spazi concreti, intimi, un dolore altrui e lo hai preso e tutelato senza accentuarci su, senza nemmeno conoscere. E quel” lo interrompo. Gli dico Per Piacere Si fermi un attimo. Lui si ferma. Mi lascia tempo. Mi concede di respirare. Mi chiede se ho bisogno di andare a fumare una sigaretta, e io dico di sì. Torno dentro. Mi riaccomodo. Un manuale giace in mezzo alla scaffalatura, accanto al PDM e non poco distante dal DSM. il titolo mi sgargia agli occhi: “Il n-. L’identità rinnegata” di Alexander Lowen. “A che guardi?” mi domanda, in tono pacato. “Nulla. il DSM” rispondo, abbozzo un sorriso. “Le iridi si muovono di un pochetto più a destra”, m’incalza con ironia.

“La conosci la differenza tra attacco e difesa?” esordisce. Io rispondo di no, non più. Me la spiega, poi mi chiede: “E la differenza tra A- e Reazione?”. Trattengo. Poi rispondo “Ne abbiamo parlato, due settimane fa”. Lui prende la penna e inizia, sul foglio d’ufficio, a disegnare. Tratteggia delicatamente, crea un cerchio. Mi dice: “Questo è un palloncino. Sai come si decomprime, un palloncino?”. Dottore, a me piace incommensurabilmente la fisica del mondo. Lei sa cosa succede quando si concatenano la geometria Euclidea alla Fisica Quantistica? E’ mai possibile? Ma non glielo dico. Gli rispondo vagamente: “Penso”. Inizia: “Va bene. Sai cosa succede a un bimbo generalmente incassante, se viene ripetutamente elogiato, poi umiliato, poi elogiato, poi offeso, poi elogiato, poi rinnegato, poi elogiato, poi mortificato, poi elogiato, poi tramortito, dal genitore?”, “Illusione? Non sa più chi è” rispondo. “ancor meglio” lui inarca un angolo della bocca ma non elargisce un mezzo sorriso, “Esplode. Urla, gli implora di smettere, piange, si getta per terra, avanza verso il papà e gli tira pure dei pugni se conviene. Episodio isolato. Il bambino, allora, abusa del padre?” rispondo “Non lo so, dottore.” lui sbuffa e dice: “Reagisce”. Gli occhi mi cedono. Attacco-fuga. “Dopo quanto tempo credi che un bambino passivo A- emotivamente, o fisicamente, o sessualmente, esploda?”, “Non lo so” replico e nemmeno mi sento quando lo proferisco. “Dopo un po’ di tempo. Prima si limita a piangere. Per un po’ si limita a quello, poi inizia a gridare. Poi a implorare basta. Poi va a scuola e inizia a decomprimersi. Poi sbatte qualche oggetto a terra. Poi… se riesce, contro il papà, si difende” – convengo nel mio silenzio – “E dunque pensi che a quel bambino bastino i giochi per riparare il dolore che gli viene arrecato? Conta che, il papà continua comunque a dargli da mangiare, da bere, portarlo a scuola e presentarsi ai saggi di fine anno. Alle volte, lo porta anche a giocare. Gli compra l’ultimo modello di macchinina preferita. Mettiamola così. E il padre, in quanto adulto mai guarito” – “Unhealed” lo pronuncia in inglese -, “riversa su di lui le proprie eredità di sofferenza incolpando a ripetizione il figlio. Non che il bimbo se li cerchi, quegli insulti. Lì, manca il suo diritto alla vita. Ma il bambino se la deve difendere, la sua piccola briciola di identità abbozzata”. Inizio a ciondolare con le dita. Le mie iridi lasciano allargamento al foglio riposto a fronte, il cerchio. “Quello del papà lo chiamiamo amore? o lo chiamiamo A-?” mi guarda dritto negli occhi. “E’ dimensione di attaccamento disorganizzato. La mia tesi. La negligenza.” convengo. Lui mi porge uno sguardo severo e con tono greve mi proferisce: “Lo chiamiamo A-“. Mi movimento gli arti inferiori e alleggerisco il piede sinistro. Il tacco mi da fastidio. “Dottore, perchè il padre abusa del figlio se gli garantisce sopravvivenza? E gli attimi felici?” lo sfido. “Perchè non sa educarlo all’amore. O sceglie di non farlo” mi restituisce. Ma scusi, ma se gli dice di amarlo!, penso. “Lei non ha capito” – sceglie di darmi del Lei – “Lei non lo accetta e si ostina adesso. Chi è irrisolto, non ama. Ci si vorrà pur avvicinare e decide di mentire, ma non ama”. Mi alzo dal divano, a mezz’altezza, mi risiedo. Ricomincia: “Senta, non mi soffermo sul possibile quadro patologico del padre, che piuttosto di amare, si riempie. Cerca di compensare”. Penso, ma allora devo esser fuori dal mondo. Aggiunge: “gli attimi felici, dice lei?” – ricalca su felici – “Una parentesi incosciente, o cosciente, di esercizio di potere. Un papà che nella rabbia abita appena può, e A-, è un uomo spezzato e spezzante, un non-papà. Può essere padre, ma papà… queste cose le sappiamo tutti e due. Si vada a vedere poi, se questo bambino corre ancora in contro al padre con lo stesso entusiasmo, o da grande gli asseconda le richieste di andare a trovarlo. Il papà gli dirà: sei proprio un figliaccio ingrato a non venire mai a trovarmi, ti ho dato un tetto, e un’educazione. Lo mortificherà dicendogli Ti ho amato. Pensa che contraddizione, il pretenzioso. Vuole amore, ma non ne parla. E allora? Sei tornata qui?” Più o meno. Veda un po’ lei, se son tornata qui. “Fra uomo e donna ci sono differenze evolutive, neurobiologiche, culturali, inaccomodate talvolta, ma esistono. E contribuiscono. L’uomo maschio non ha sempre bisogno di fare affidamento sul suo fisico – già prestante e deputato di per sé -, e per sua incoscienza, o volontà che sia, perpetra in maniere differenti, e qui parliamo di A- emotivo, psichico cerebrale, verbale, attitudinale, di condotta, e anche sessuale. Perpetrato anche in maniera inconsistente, ma costante. Non sto parlando di Errori o sbagli che capitano, ma di Pattern riproposti. La femmina, è inferiore per prestanza fisica all’uomo. Nel tuo caso, incassi molto, ma ti difendi con l’acume, meglio, la consapevolezza psicologica. E quando quella ti viene a meno, reagisci come puoi. So che avresti voluto andartene, come hai fatto molte altre volte. Non potevi, e basta. Non ti è stato permesso”. Conclude. E’ lì che bevo l’acqua. Poi gli chiedo se posso andare a fumare un’altra sigaretta. Annuisce.

Quando ritorno, mi esterna un’espressione contrariata. “Sai, alle volte, la presenza fisica di qualcuno nella tua vita, non significa nulla. Ci vuole…”, “Connessione.” gli dico, sedendomi. Le rughe sulle fronte mi si corrugano e il viso assume una postura vigile “Sì. Self-awerness, Conoscenza di sé, tutela, rispetto, inderogabili. Chi non li ha, non ama. Desidera, s’infatua, allestisce, ma non ama. Sempre. Prossimità non significa vicinanza” dice. Parole che mi sono state travisate, e a cui mi aggrappo ancora con la forza di cuore. Leggiamo assieme qualche paragrafo da manuale, io accompagno le pupille al suo indice che scorre. “Sei senza impalcature, questo ti rende trasparente agli occhi di un analista. Hai una tendenza all’auto-mortificazione, ma non ti pieghi. A volte è lama che ferisce. Ti sovraccarica.”, me lo dice quando si fa premura di notare che il mio punto di fissazione diventa nuovamente Lowen. Il colletto del mio dolcevita non stringe più. Fuori mi dico che potrebbe far freddo, ma non m’interessa più. Guardo all’orologio che ho sul polso, un Fossil d’argento che mi comperai la prima volta che Lei gioì dopo il periodo tetro. Lo indosso, così da rammentare sempre di cogliere ogni attimo di tempo.

“Tu hai fatto del perdono un’accoglienza. Ne hai fatto regola di sincerità”, gli rivolgo una smorfia un poco infantile mentre reitero il termine attualmente caduco di verità. “A me ci sono voluti ventisette anni, e sono un uomo grande”. Si lascia sfuggire una confidenza. Poggia la sua penna, mi rende il foglio con il palloncino, il bimbo, e l’adulto. Lo sorreggo per un poco, poi lo infilo nello zainetto, ripiegandolo con dello zelo scrupoloso e divincolato. Domanda quale sia la mia canzone preferita in questo ultimo periodo, gli rispondo che preferisco custodirla gelosamente. Mi concede un “Siamo umani. Non confonderti. Non lasciarti alle parole di chi non ha nient’altro in mano. Educati e sii tu”. Mi restituisce qualche fonte di studio scientifico e longitudinale sui danni, sugli effetti e conseguenze cerebrali e psicofisici lasciati dalla disfunzionalità. Sul R- A-, detto anche R-D-. Articoli, pagine numeriche, dati analitici, statistiche annuali, immagini in fMRI. Sfodero il taccuino, lo apro, e rapidamente agguanto il mio, di pennino, scrivendo Prossimità diseguaglia Vicinanza. Il tempo, per oggi, è finito. Ma io sento come se fosse appena incominciato.

“Io non ci andrei.” esordisce. “Tu ci andresti a trovarlo a casa sua, un papà come quello di cui abbiamo parlato?” me lo chiede con una morbidezza che mi lascia scoperta. Il quesito mi smuove l’intero corredo omeostatico interno.

“Dottore, io papà l’ho già perdonato.”

“Certo.” sorride “Ora ti tocca farlo una seconda volta.” Mi accingo a chiudere la porta dello studio. L’aria mi sferza con franchezza le guance. Si schiarisce la voce dal corridoio.

“Anche se, questa volta, non è il tuo papà.”

glàd I, glad4 25_10_2023. una fotografia di © M. A. S.

Una narrazione a cura di © M. A. S.

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