TRASPOSIZIONE TEMPORALE DI UN ARCO IN DEFLESSIONE
Inseguendo una libellula in un prato, un giorno che. Mi scelgo d’indumento e tiro con spavalderia le mie righe nere sulle alture palpebrali. Il collo scoperto si lascia cingere da una collana che tempo fa fu indossata per tempo da un’altra. Ho l’età che aveva Lei, quando Lei non si sapéva. La brezza di montagna è leggera e malleabile al tatto, e con il tacco corto mi avvio verso l’automobile, abbassando entrambe le fessure dal posto conducente. Mi lascio accarezzare il capello dall’aria. La musica è audace e le frequenze sonore si infrangono perfuse contro il parabrezza, rimbalzando sullo scheletro del telaio. Il ciondolo delle chiavi segue le interferenze e caduco si attraversa nella sua composta materiale. Ho un foglio ai piedi del sedile, accartocciato, con qualche considerazione irriverente appuntata.
Mentre volteggio fra i cimeli cementini della strada, e imbuco una via laterale per abbreviare il percorso, mi accorgo che la serata decorre con qualche insostanziale e refrattaria solarità. Mi percepisco ilare e il corpo vibra liberamente assecondando i comandi motori superiori, mentre le cortecce associative si accarezzano nei noduli computazionali asserendo formule di significato proliferante. Le luci della città sono soffuse e l’asfalto si trasforma in una pistarella di danze usurate da altri dodicimila talloni, portatori sani di una condizione millenaria di vita umana. Conto il numero di strati che immergono la percezione in un gioco di movimenti chirurgici e altamente specializzati, partendo dall’epidermide più periferica che mi sento di indossare. Converso, bevo, rido, sorrido, mi appoggio al bancone, dondolo, sorrido, rido, bevo, converso. Quando termino la permanenza nel locale, m’incammino e cambio rotta, apportando una modificazione significativa alla traiettoria di percorso. Scelgo un’altra via.
In cima a un’abitazione a molteplicità di piani, a diffusore qualche d’una anima ripone le sue incertezze in una fluttuazione melodica che recita:
Una frase sciocca, un volgare doppio senso
Mi ha allarmato, non è come io la penso
Ma il sentimento era già un po’ troppo denso
E son restato.
Mi fermo sul ciglio del marciapiede e impianto i piedi, saldandoli al suolo. Resto in ascolto.
Chissà, chissà chi sei
Chissà che sarai.
Sfodero dalla borsa con una certa immediatezza disinibita il taccuino. Impugno morbida la penna. La mia mente subisce un vortice circolare di assuefazione mnestica. Trascrivo due sostantivi, un predicato verbale, di senso incompiuto. Sosto.
Il magazzino che contiene tante casse
Alcune nere, alcune gialle, alcune rosse
Dovendo scegliere e studiare le mie mosse
Sono all’impasse.
Serro gli occhi e ritorno indietro nel tempo. Non ho più gli anni che ho, ne ho almeno diciassette in meno. E nel silenzio, sussurro: questa è. La riconosco. Lucio, Battisti. Dev’essere Lucio Battisti. Scandisco il cognome.
Lei aveva molti modi bizzarri di comunicare con me, in momenti improbabili, nelle tessiture più latenti di un istante. Metteva in moto la sua, di autovettura. Brontolava poco, e m’invitava da dentro a fare l’ingresso in quella dimensione che non permetteva più distanze, o ne accentuava le competenze. Lei voleva nulla più, e non parlava molto quando non le andava. Metteva nel lettore una cassetta, premeva con veemenza. Cantava. Non esistevano altri rumori, al di fuori della sua voce. Io ero un punto blando in una camera dalle tonalità sfocate. Le sue canzoni, erano le virgole che decideva di riporre, insegnandomi a sua insaputa il valore dell’intransigenza gentile. Una donna con una bocca, una donna che diveniva una bocca. E pur parlando una lingua estranea, Lei era un’immigrata camuffata che si mimetizzava attraverso Lucio Battisti. E muoveva le labbra dando un tono inconfondibile a quei mezzi sintattici tanto distanti, all’apparenza.
Chissà, chissà chi sei
Chissà che sarai
Marcando, con convinzione inedita, sulle ultime sillabe e facendo di quell’estratto musicale una retorica figura d’enjambement che non sembrava mai ultimarsi, ma che mi s’attorcigliava come una coperta intorno agli orecchi esterni. Gli orecchi interni miei, poi, favoleggiavano sulle “s”, che per Lei erano sempre doppie, o triple.
Chissà che sarà di noi
Lo scopriremo solo vivendo.
I riccioli scuri sulle spalle obliteravano mezza volatilità del volto, il naso andava su. Giorno per giorno, ne studiavo gli indici, i pollici, il mento, le guance, gli orecchini. Ogni volta che salivo in macchina, per me era come riscrivere la mappatura di un corpo, di un comando, di una regola trasgredita. E giorno per giorno, io imparavo ad accompagnarla nel canto, attraverso Lucio Battisti. Senza che Lei me lo chiedesse, senza che io ne prendessi volontariamente desiderio. Io mi confondevo nei trascorsi che lasciava aleggiare in mezzo alle sonorità, e per tempo li riformulavo. E li riformulo, ad oggi, in presenza della medesima assenza di campo.
Resto a ridosso dell’abitazione per una decina di minuti. Quando giungo al parcheggio, scartoccio il foglio e lo ripiego affianco. Abbasso il freno a mano e metto in partenza. Ora rammento. Con il nastro rosa. Questo è il titolo. La faccio risuonare avida di vissuto al diffusore. La canto. E senza averla appresa, la ri-conosco, e ripeto ogni parola definita, con impeccabile accuratezza.
Ripetendo, la riscrivo. E mi sento addosso i riccioli sulle spalle, il naso che sale, gli orecchini che si spostano. E mi sento un’immigrata.
Inseguendo una libellula in un prato
Un giorno che avevo rotto col passato
E, senza nemmeno accorgermi, ancora per un altro giorno, qualche cosa remota bussa alla porta, e mi parla con tempi passati al mio contemporaneo odierno. Mi lascia comunicante. Dunque, quando discendo e rientro, sono convinta che Battisti – inseguendo la libellula – fosse in realtà invece che caduto, inciampato forse sul selciato a dorso di una Foresta. L’atmosfera è docile, mite e incerta. E l’incertezza labile e polimorfa è un campo tanto amabile, se si sa essere umani.
Permetto alle ultime lettere di scorrere sullo schermo. E mi riprometto di dire sempre qualcosa di vicino, qualcosa di più vicino, alla verità decostruita. Così è, penso, il verbo della vita.

Una narrazione a cura di © M. A. STANISTEANU
