DANZE DI UN EGITTO VICINO
Ho nelle cuffie Reflections, dei The Neighbourhood. Il vento incomincia a sagomizzarsi sui miei abiti autunnali, allorchè Novembre mi sussurra d’esser pronto per tendermi la mano. Svolto sulla quarta, gli stivali a tacco medio tratteggiano sostantivi sull’asfalto della città. Il giaccone in denim scamosciato contrasta la desunta eleganza della parte inferiore del tronco anatomico, e mi restituisce l’amorfità umana in cui mi piace svolazzare senza alcuna ottemperanza. Ho tre cerchi disegnati sotto la palpebra inferiore di destra, le usuali linee oblunghe, che come archi dipingon sopra la bocca un campo magnetico dalle leggi governative estrapolanti. Il capello è tornato lungo, ondivago e spalleggiato da alcuni ornamenti dal mite riguardo. Sono indigéno fra blocchi accatastati di vita interlacciata. La gentaglia è rapida e io, a tempi lenti, sono un bambino zigzagante. Mentre faccio scorrer i miei passi fra i diverbi umani altrui, penso che non mi taglierò i capelli più, per molto tempo. Ci provai qualche tempo fa, ma non andò a centro il simbolismo comunicativo intenzionale di cui era rappresentate improvvisato, e la metafora allegorica non fu mai carpita con rigore. La frangia è tornata piena, densa, folta e custodisce in un abbraccio qualche filo di crine dalla disforia cromatica. Il viso mi s’avvampa di nuovo pregno di rinnovata quiete. Le braccia si riassestano, il busto è tornato morbido. I fianchi si sono riscòperti nel coraggio. Le ossa mobilitano di entusiasmo. Il freddo novizio d’inverno, m’accende come fossi nata oggi. La pelle è tornata pulita, le impurità cutanee lasciano spazio a una diversità che in passato fu norma.
“Pronto, buon pomeriggio. Senta, la contatto dal centro fotografico…”, la voce dall’altro lato della latenza comunicativa è quella di una donna sulla quarantina, stipite di un processo espositivo decennale. Morbida, ma graffiata dall’età.
“Sì, pronto, attendevo.” Sorrido, sola. Al parco tre bimbi, supposti fratelli, giocano a una favola edificata secondo parametri indecifrabili, e me ne compiaccio.
“Abbiamo le sue stampe, se le vuole venire a ritirare, stanno belle imbustate e pronte. Lei ha lasciato un rullino con delle cose particolari, me lo racconta quando passa di qua, se ne è intenzionata.” l’intonazione le s’inclina, quasi a volermi far percepire la nota di singolarità assorbente. Mi mette in soggezione, di poco.
“Sì, va bene.” – accarezzo il ginocchio con il mignolo – “Potrei passare, passerei, per le diciassette e trenta?”
“Cinque e mezzo, ok. A presto.”, io concludo pigiando tasto rosso. Lo sfondo del telefono cellulare torna di un blu marino acceso. Lo ripongo disinteressata all’interno della borsa, sfodero Senza Coda, un romanzo di Missiroli che mi va di rileggere, ora. Reclino il capo per respirare con gl’occhi dell’infrangenza ramificata degli arbusti imponenti a centro del parco, rivesto i polmoni di ossigeno, espiro, ponderato. Mi seggo a bordo della prima panchina che mi fa salienza, appoggio i gomiti sulle ginocchia, il torace si inclina di quarantacinque – meglio quarant’otto per esser precisi secondo percezione sensoriale – e le pupille iniziano a giocare a pallapiana sulle parole di un uomo che in precedenti escrescenze psicologico-introspettive mi ha descritto la sua vita sessuale come fosse un resoconto adolescenziale di primo gradino. Dopo qualche minuto ereggo le gambe, piego, le posiziono strambe ma comode alla base di inclinazione. Verso la conclusione del quarto capitolo, qualcuno si siede al polo opposto della panchina, restituendomi lo spazio desiderato e decifrando con riverenza la mia volontà di permeare in me, così desiderata. Con le saccaridi ultime dell’occhio, mi soffermo per qualche secondo sulle scarpe dello sconosciuto: un paio di scarpe da corsa, basse, e dei lembi da pantalone allargato. Mi fermo lì, scosto nuovamente i bulbi oculari riponendoli in posizione focalizzata. Non avverto nessuna sensazione spiacevole, quindi ne sono lieta. Leggo, serena. Il racconto di Missiroli mi viene interrotto da alcuni passetti svelti, piccoletti, e rimanendo con lo sguardo a basso, intravedo delle scarpette biancastre zampettare in direzione delle mie.
“Ciao”, la voce è squillante e acerba d’anni, ci impego rapidamente a capire chi potesse esser il suo mittente. Alzo lo sguardo, e mi rivedo dentro a un ammasso di cappellacci scuretti, splendidi. Un visetto colorato mi rivolge una smorfia timida, ma impavida. Avrà voglia di trovarsi in me, penso.
“Ciao” replico, mettendo a segnalibro di pagina, accopertando il libro su se stesso. Non le elargisco un gran sorriso, preferisco lasciar scegliere a lei, di propormelo. La guardo. L’individuo poco distante da me, seduto, muove le sue scarpe sportive, divertito.
“Sei una principessa egiziana di quelle che fanno tante cose e hanno tanti amori. Io lo so” lei e ferma nell’epicentro entroterreno della propria locomozione cerebellare, si mantiene in equilibrio, eppur dondola, buffa. Il nasino è rosso per l’accenno di vento, al collo ha una sciarpina scarlatta.
Le osservo con zelo interessato le iridi. Le sue sono color nocciola, s’assomigliano un poco a quelle appartenenti all’essere umano che sono oggi. S’imbarazza un poco, ma ridacchia e aggiunge: “Le principesse egiziane io le ho viste nei libri, sono quelle del cielo ma non mi viene in mente che come si come si che come si chiamano”. Le manine si stringono sul giubbottino argento.
“Non fa nulla” le dico “ma sei sicura che le principesse d’Egitto indossino una giacca in jeans?”, la controbilancio, accavvallando una gamba sull’altra. Lei pare tentennare, in realtà solo studia, fa una pausa per védere. Allora aggiungo: “Ne devi essere sicura”.
“Guarda ti ho detto che lo so sono sicurissima”, mi si avvicina a una distanza approssimata impressionante e allarga il braccino in direzione dei miei zigomi. La lascio fare, così lei mi tocca delicatamente. Mentre mi squadra la bocca, il naso, le ciglia, incalzo:
“issima, errima? Sicurissimissima?”
si fa largo e annulla la distanza, definitivamente. Si regge con l’altra manina sul mio ginocchio, e con quella protagonista sfiora l’eyeliner. Io schiudo le labbra, lei esclama: “Cosa hai fatto ai tuoi denti?”
“Sono caduta quando ero più piccina. Dal dirupo di una montagna, sciavo. Poi ho fatto dum dum dum lungo il monte e sono diventata un pallone di neve e i denti mi si sono rotti”, lei interrompe la sua esplorazione e dispiaciuta chiede:
“Ma adesso è tutto ok?” mi fissa.
La rincuoro, esponendo un sorrisone: “Direi di sì. Funzionano lo stesso e quando devono mordere fanno gnam gnam gnam sui dolcetti” le mimo la meccanica del morso, abbandono la malloccusione. Lei ride, intrattenuta. Anche la persona seduta sulla panchina, con il telefono fra le mani, accompagna la risata. Lo osservo, è un ragazzo sui ventisei. Indossa un giaccone a vento, color marrone a colletto alto. Ha i capelli corti, il volto sbarbato, due cerchietti all’orecchio. Delle orecchie grandi. Mi rivolge uno sguardo contento, ma estremamente piccino e poco invadente, quasi impercettibile.
“Sei la prima principessa con i denti rotti che vedo non lo so allora” fa leva sull’appoggio al ginocchio “allora” – respira docile, è blanda – “penso che sei una bella bella principessa ma ce l’hai un castello bello?”. Il suo sguardo è accigliato, io la faccio accomodare sulle gambe.
“Ma no che non ce l’ho.” mi vuole correre sulle parole, ma appena si accorge che respiriam entrambe, si ferma e attende che io finisca di proferire la frase: “Il castello non ce l’ho. Ho una foresta tutta per me. E’ piccola, alle volte ci sono le goccioline, ma quando il sole splende tutte le mie foglie danzano”. Lei fa ballicchiare le caviglie, poi torna a toccarmi vicino alle palpebre.
“Bello mi piace” ispira, più veloce “Ma in Egitto c’è la sabbia”.
“Allora, è un’oasi, la mia. Però, aspetta” la faccio saltellare, cullandola, e di sbieco le offro una smorfia indagatoria “chi ti dice che io abiti ancora fra le dune di sabbia? Sei sicura anche di questo?”.
Lei mi avvolge una ciocca di capelli. Ma lo fa pianissimo, senza fretta.
“Ma io non lo so penso di no forse, forse forse sei una di quelle principesse che fanno il viaggio fanno con il viaggio insomma”. I ricciolini le scavano sulla fronte come fossero tende da tappezzeria rinnovata. Al polso ha un orologino con il disegno di un qualche cartone animato che all’inizio non riconosco, poi rammento. Sono i Paw Patrol! I cagnolini che vanno a compiere missioni di aiuto e salvataggio, qualcosa del genere. Io guardo ancora i cartoni alla televisione, alle volte.
“Brava, hai indovinato. Sono una di quelle che viaggiano, ma solo quando lo vogliono davvero”, le soffio sul naso. Lei fa frrffu, mi tende le manine sul petto.
“Io ho sei anni, quasi sette lo sai? Anche io voglio mettermi quelle cose che sopra i sopra quelli…”
“Sopra gl’occhi?”
“Sì ma la mia mamma è diversa lei ha il rossetto tu non ce l’hai mica”, appare disteso, questo verbo da cucciolo d’uomo. Rimembra qualche fattezza di memoria lungi tenuta custodita.
“E’ vero, oggi non ce l’ho mica. Hai ragione. Volevo dare un po’ di spazio alla mia bocca. Vedi che quando parla, devono uscire ben in vista questi denti che fanno gnam gnam gnam” riproduco i morsi. Lei ride, di gusto, poi si sposta un po’ con il sedere. Pende da una gamba.
“Io mi chiamo Zarifa tu come ti chiami?” punta l’indice appena sopra il mio mento. Le rendo indietro il mio nome. Ripeto “Zaria?”
mi correge: “Zarifa Zarifa. Me lo ha scelto mio papà. Il mio fratello grande si chiama Omar e va alle scuole grandi”.
Sosto in un silenzio breve, riconciliante. Mi guardo intorno nel parco, e scorgo una donna con il velo non molto distante, è intenta a spingere una carrozzina. Parla animatamente al telefono in arabo, frusta via l’aria con l’ardore della parafrasi verbale. Chissà che dice. Affianca un albero più basso.
“E’ quella la tua mamma?” domando. Lei annuisce vortiginosa.
Mi chiama per nome. “Ma tu hai, qualche volta, le fai le magie?” s’interrompe, poi riprende “Perchè nell’Egitto tanto tempo fa le facevano avevano le pagine”
“Le pergamene, con i geroglifici magici, parole magiche“ l’aiuto, con tenerezza.
“Sì sì avevano anche i mici tu ce lo hai un gatto?”, rimette il peso spostando il baricentro.
“Allora, Zarifa. Io le magie non so se so farle, alle volte non ci riesco. Però ho tante pergamene, e ho anche una gatta come amica. E’ un po’ bizzarra, si fa spesso gli affaracci suoi. Ma quando ho bisogno, mi aiuta.” sul viso ovale di Zarifa compare una smorfia compiaciutissima “Pensa che alle volte mi fa qualche scherzetto e si siede sulle mie pergamene. Oppure, me le ruba per giocarci con le zampine… Io senza le mie pergamene le magie non mi ricordo mica come si fanno, sai?”
La mia voce è tiepida e dentro lo stomaco sento un nuovo tipo di calore. Zarifa. Gli occhi vispi che vedo suoi, sono i miei.
“E’ una gattina” dice lei, a voce alta “Le gattine sono belle. E’ piccola?” ammicca un cenno cordiale, apre e schiude il palmo della mano sul giubbettino.
“E’ piccola come te. Ha la tua età, all’incirca.” la accolgo con maggior decisione nella stretta, ma non la stringo. La lascio ballicchiare come vuole sulle mie ginocchia senza tangere.
“Ha sei anni?” sgrana gli occhi e resta a bocca aperta.
“Ne ha uno e qualche mese. In anni gatteschi, un anno equivale a circa sette anni umani” ridacchio. Lei mi segue. Mi accarezza la ciocca di capelli. Dice che sono molto morbidi.
“Voglio diventare anche io una principessa dell’Egitto con le cose sugli occhi come le tue e anche i pallini perchè sei molto bella e voglio essere anche che viaggio e che ho una foresta quando sarò grande. E voglio poi. E una gattina anche che chiamo che chiamerò…” passeggia in uno spazio di tempo “la chiamo Elsa come la principessa Frozen“. Bella soddisfatta mi prende per mano. Io la faccio saltellare come se stesse andando in barca, sul mare. Emulo a voce il suono delle onde, increspate.
“Zahrifa!” la voce della donna tuona appena riaggancia al cellulare, e l’enfasi viene posta su una H inudibile alle vocalizzazioni della bambina. Fa spinta sul passeggino e maldestramente si dirige in direzione della nostra panchina. Le intima qualcosa in lingua madre, poi mi guarda, scossa, ma gentile.
“Scusa bambina, ha fatto fastidio?” gesticola a mezz’aria. Il ragazzo con noi, alza lo sguardo per catalogarne le parentesi di intesa.
“No, non si preoccupi, è una bambina meravigliosa” rispondo, adagiandola a terra, lei fa atterrare le scarpette sull’erba sbiadita. La donna allora mi ringrazia di aver condiviso il mio tempo con la figlia, e, prendendola per mano, la invita a voltarsi. Quando s’incamminano, io ho qualcosa da fare.
“Zarifa”,
la chiamo. Le faccio un cenno ad avvicinarsi. La sua mamma sosta, incerta. Tiro fuori il mio taccuino, e scrivo qualcosa, disegnandoci, svelta. Strappo con cautela e premura la pagina. La bambina fremita.
“E’ una pagina magica?” riprende a dondolare col bacino.
“Esatto. E’ una magia fortissima, però sta a te recitarla per farla avverare, quando sarai più grande. Sono sicura che diventerai una principessa egiziana molto più bella di me, e se ti piacciono le pitture che ho agli occhi, puoi sempre iniziare ad esercitarti domani”, le porgo la pergamena magica e mi tremano un poco le mani. Lei la guarda e esclama subito:
“Qua ci sono le nuvole gli alberi e il fiume e poi anche il cielo con le nuvole, e le foglie. Hai disegnato una foresta!!!”, lo indica alla madre, con un’euforia gigantesca. La donna, abbozza un sorriso e dentro al viso suo io ci vedo l’insegna di una terra che è stata anche mia. E che, a tempo dedito, diverrà nuovamente mia. Mi porge un altro grazie, dalle tonalità materne, accudenti.
La bambina sventola il biglietto in una manina, con l’altra cinge quella della sua storia imparentale.
Mi alzo dalla panchina. Sono le diciassette e quarantanove. Sono in ritardo, mai che mi fosse realmente importato, d’esser fuori-tempo. Una risata pacata si fa luogo nell’atmosfera, seguito da un Che roba.
“Principessa dell’Egitto, se posso permettermi, si può sapere cosa hai scritto sulla tua pergamena?” il ragazzo seduto, stringe il telefono dispiegando l’indice e il medio sulle cosce. Io rispondo alla veloce, che si tratta di una magia segreta, altrimenti che magia sarebbe. Incalzo col tacco, salutandolo cordiale. Lui rispetta la mia scelta, e mi porge un saluto d’emozione. E’ il dieci di novembre, e io cammino fra le foglie.
In piccolo, sotto la foresta, un augurio, che avrei rivolto io, alla bambina ch’ero un tempo, con temperanza plusmondale:
Zarifa, resta libéra.
Una narrazione di vita a cura di © M. A. STANISTEANU
