EMBODIED TRANSITION (GO-A)

ECCHIMOSI DI UNA VERBALIZZAZIONE APPERCEPITA – MAGGIO, 2025

terzo pomeriggio, pare d’essere al quarto d’oltranza, quarto tempo, quarto cameratismo. Esistenziale, in ecce homo. In ecce ragione, fra le variopinte distanze della camera antagonista cerebrale.

Dunque, m’imbarco su un aereo e con il cuore -in “tonfo”, dotato di una sua singolare legge gravitazionale e pesistica meccanica applicata, mi dirigo verso una rotta esageratamente oltre-maniera-mondo; così la definisco.

Un nominativo che a livello onomatopeico risuona, interdetto, ma che non riesco a decifrare in maniera cristallizzata. Inesistente, per mie canoniche conoscenze. Se si potesse prevaricare alcune strutture di ottemperanza, lo si farebbe, deduco mentre schivo con gli indici il bordo della scrivania improvvisata di fronte a me.

E riavvolgerei il tempo e le caselle spazio-circolari, solamente per indietreggiare laddove vi è segno flebile di farlo, visibile o invisibilmente tangibile. Riconosco che, considerati i circostanziati cicatrizzanti, la valutazione di una platealità retorica è un essenzialismo che non mi posso risparmiare. Se non posso risparmiare, allora posso incanalare metamorfizzando, o quantomeno tentare di farlo.

E se potessi constatare di riuscire, continuerei su questa strada che mi permette di indirizzare la visione e rismistare le parafrasi della mia vita intra-emozionale.

Mi domando, se ne avessi la continuità, vagheggerei di meno, o vagheggerei di più? E se vagheggiare mi concede di riformulare, pertanto -allora (rafforzativo) permeo all’interno della medesima via e manifesto passi alla stessa maniera. Così continuo a scrivere, scrivere, scrivere, scrivere massa. In toscano, quando si dice che una cosa “è massa” é un’enfasi, un ingrandimento.

Articolo di (specifica) “massa”. Rammenterei al circuito di riferimento preferenziale striato di avvolgere qualche parametro aggiuntivo, qualche piccola virgola scomoda in modo da erigere o far insorgere – predicato consono – un coraggio che, forse, ancora non mi appartiene, nel recidere vecchie funi da navigazione.

L’accondiscendenza veicola sempre il corpo statico in collaudo basale verso una malaugurata transizione ingestibilmente pericolosa, con data probabilità, riguardante il diritto alla replica o alla reazione – da riguardare a livello d’esame in valutazione interiorizzante. Accorgiamocene, dai.

‘Non sono reticente’, mi dico. E se la prima parte di questo flusso di coscienza non presenta alcuna finestrella di retorica logicamente fluida, a partire da questo grumo di parole m’impegno a sviscerare in maniera più semplice e intuitiva i significati che mi muovono a pigiare i polpastrelli sulla tastiera. Non garantisco nulla, poiché un poco ho appreso a conoscermi. Il desiderio si distanzia dalla volontà. La seconda solitamente fa accadere, la prima può rimanere nella comodità della giustificazione. Oggi come non mai, me ne accorgo. A meno che non siano fortemente connessi, lì l’accadibilità è assicurata.

In sottofondo un poco di Omah Lay, un po’ di Buddy Guy per varieggiare in termini di genere (diamo una distinzione fra struttura e assegnazione di casistica tipologia, o “incasellamento”. Insomma, una quantità inestimabilmente indistinguibile di qualcosa che appare limitrofo ai primi anni duemila, ma non è.

Brunori in uno dei suoi brani musicali pone l’accento su quanto l’apparenza possa ingannare. E a me, ha ingannato da un posto d’anima, subito all’altro. Ritenevo d’essere un soggetto resistente all’agente batteriologico della superficialità – eppure non mi sono accorto di aver saltato una prescrizione di antibiotico di troppo. Quello che scrivo, alla fine, non ha una decifrabilità, e non ne vuole avere alcuna, non questa volta. Ho iniziato dal giorno terzo, ma oggi sono già al decimo.

Inesorabilità, celerità, lentezza, comorbidità plurima di accostamenti e fattori variabili indipendenti, che in statistica rigorosamente conducono all’esito detto “variabile dipendente”. Una sorta di causa-effetto regressiva, un back-tracking per un forth-understanding. Così, anche nella vita umana? Qualche parallelismo, ma nessuna sentenza. Faccio il calcolo delle ore dormite, nell’ultima settimana. Faccio una valutazione in parallasse di: intestino, torace, petto, cuore, articolazioni, giunzioni.

E’ molto importante ciò che sto per scrivere qui: l’essere umano assorbe e ridirige. A seconda di chi ti s’affianca, e quanto concedi che ti s’affianchi, il tuo corpo (periferia anatomica) e la tua vita cerebrale hanno davanti solamente due esiti: o guariscono/rinfrescano/migliorano, o s’ammalano.

Si scelga con attenzione chi guarisce e accompagna, attraverso il riguardo umano, con la retorica della speranza. Non c’è altro segreto, e non è necessario di certo partire per uno stato estero europeo, per comprendere che l’amore è un’equazione semplice.

Ce ne ricordiamo solo quando siamo abili a scrutare umanamente e a vedere con nuda verità l’altro. E, di conseguenza o progressivamente, noi stessi.

Dunque ecco spiegata l’Embodied transition: una carezza che va di generazione in generazione ed è capace potenzialmente di crearne altre, di nuove.

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