SCORRERE IN LUNGO RUSCELLO, LA RIVA
Siamo in macchina, e io ti dico che mi sento stanca. Tu mi dici amore, tu hai diritto ad essere stanca. Io rispondo, sufletul meu1, safi2. Mi stringi la mano, gli anulari si sfiorano, il mio anello Aurora brilla del colore della terra mescolata, su cui ho il miracolo di camminare, e vivere. Il mio polso flette, mentre accelero, tenendo il palmo saldo sul cambio. Sopra, vi è il tuo. In balia prima di Scilla – una prepotenza bugiarda, ingannevole, punitiva, intermittente ambivalente, e manipolatrice – di una sottile voraginosa persistente meschinità, poi di Carridi – l’apatia e l’assenza vestita da emozione. Per quasi due anni, nelle acque sporche, contaminate. Ero tornata bambina, in mezzo al labirinto. Le mie tracce erano confuse. Quali erano i miei ruscelli ancora? Poi, ho voltato il capo. Una barba incolta, e un sorriso sincero, braccia forti, due occhi limpidi, movimenti soffici, intelligenti. E ho visto te. Ho nuotato fuori dagli abissi di Scilla e Carridi3, ho sbracciato fino a riva. E sulla riva, c’eri tu ad attendermi. Poi, mi hai detto:
io ho nuotato assieme a te, in tempi differenti. Eravamo nello stesso mare, nello Stretto di Messina. Probabilmente, tu eri a destra, io a sinistra.
Mi son sentita stringere l’anima, e ho chiesto perdono a me stessa, per non aver saputo voltare il viso prima. Ho chiesto scusa al posto delle donne che hai avuto prima di me, come tu hai chiesto scusa per. Per Scilla, poiché Carridi – giunto poco dopo – è stato solo un riflesso naufragante. In macchina, i nostri corpi comunicano impercettibili facendo traslare le frequenze d’onda in maniera piacevole. Io muovo le ginocchia, tu mi sposti una ciocca di capelli dietro a un orecchio. Mi dici:
a volte penso che avrei voluto abitare nelle tue pelli, solo per poter avere la possibilità di proteggerti da ciò che la vita ti ha dato.
Safi, Habibi, amore. E’ sufficiente che tu sia qui con me, ora, in quest’automobile. In questo viaggio. M’emoziono, accosto la macchina. Ti casco in mezzo al corpo, e tu m’avvolgi. Mi ripeti che le acque sono pulite, sono pulite, pulite. I miei ruscelli scorrono, scorrono. Piangiamo, entrambi. Mentre mi guardi, e io ti guardo, azzardo. Ti faccio una confessione, poi una promessa che non ha témpo. La stessa, che tu mi facesti poco tempo addietro.
Mi chiami per nome. Tu non lo storpi mai, né mai ti sei permesso. Nemmeno in favore del tuo ego-ismo. Bisbigli.
Menomale che tu esisti. Menomale che sei viva.
Siamo fermi, in mezzo a un distesa di campi da coltivazione. Di notte, ora, inizia a fare freddo, ma noi non sentiamo nulla. Ci stendiamo sull’erba. Luna è vicina, sfocata, così nitida nella sua imprecisione. A metà. Tu sai che a me piace molto guardarla, per qualche notte, quindi ti limiti a respirarmi silenziosamente affianco. Estraggo una sigaretta, la lascio pendere dal labbro. Tu la prendi, l’appoggi nella mia bocca, e avvicinando l’accendino, me l’accendi.
Menomale che esisti. Menomale che tu, sei vero.
Venendo da abitacoli differenti, ambientazioni difformi, terre diverse. Io e te, siamo incredibilmente vicini, anche quando siamo distanti. E questo, ora lo comprendo – è segno di grande rivalsa, per quel che desideravo, per me. Non mi hai imposto nulla. Non mi hai indotto, a far nulla. Non mi hai mai spinta, mai tirata, mai offesa, mai rinnegata. Mi hai attesa. E io, appena giunta a riva, sono corsa da te. E tu sapevi, plausibilmente, che sarebbe andata così. Ogni tanto ti stuzzico, ridendo: studioso, astuto. Hai giocato così bene, con me, ad un tavolo di dama. Alla fine dei cronometraggi, ti ho stretto la mano, tu hai stretto la mia proferendomi che avessimo vinto. Abbiamo vinto entrambi, in un gioco oppositivo. Io venendo, da chi con me ha voluto stipulare una guerra costante. Quanto timore avevo. Poiché da quando ti conosco, non abbiamo mai giocato l’uno contro l’altro. Ma assieme. Non v’è un filo di malvagità, in te. Io ho sognato a lungo questo, per il mio cuore. Quanto timore avevo. Hai aspettato, che lo scomponessi, questo terrore. Non ti sei sentito in dovere di dimostrare nulla a nessuno, semplicemente tu sei. La tua costanza non ha mai avuto il disegno della persistenza. La tua determinazione, non ha mai avuto il progetto del possesso, dell’eccentricità. Sulla spiaggia, hai aspettato che io mi liberassi, anche da me stessa, dai nomi che m’avevano cucito indosso.
Quando loro chiedono di te, io non devo nemmeno replicare. Loro vedono il mio volto e mi dicono, sorridendo: è senza un filo di nuvolo. In questi tempi, mi sono raccolta nella mia intimità e ho celato meticolosamente tutto ciò che c’era da custodire, lontano da occhi indiscreti. Tutto ciò che scrivo, non lo sa più nessuno. Tutto ciò che agisco, lo sanno in pochi. Il mondo espositivo mi ha tolto così tanto. In pasto a chiunque. Ai favori di chiunque. Alle considerazioni di chiunque. Agli inganni di molti. Alle proiezioni di tanti. Alle circostanzialità di alcuni, alle menzogne di determinati. All’egoismo, alla finzione di. Ho lasciato che discorresse solo la mia mente. Che parlassero solo le mie idee. I miei progetti. Le mie incongruenze. E nel privato, ho riso con chi amo, con chi mi vuole bene, e mi carezza lo spirito e la quotidianità. Ho ripercorso centomilamiglia volte, i miei frammenti vissuti. Li ho riabitati ogni volta, tutte le volte, ogni volta, ogni volta, ogni volta fino a che la bambina ch’abita in me non mi ha permesso di concludere, di chiudere ogni porta che andava morbidamente adagiata. Il mese di maggio, ho gettato le chiavi. Il mese d’agosto, ho gettato la copia delle chiavi. E mi sono diretta solo verso luoghi dove r[é-spiro].
Quando ripartiamo e inserisco la marcia, ripenso alla mia passata condizione di straniera in terra natale, e di estranea in terra natìa. Di straniera in terra estranea, e di estranea in terra straniera. Ripenso a come sia essere un’immigrata di seconda generazione. Figli di néssuno. Figli del mezzo. Figli incompleti. Figli divisi.
Quando sei arrivata qui, pensavi non potessero farti male. Sei lento, quando parli. E quando passeggi sui miei silenzi, lo fai con garbo, anche se a volte puoi infastidire leggermente.
Mi schiarisco la voce. Tutti, fanno male. Tutti facciamo, male. – c’è una pausa, poi riprendo, lasciando scivolare il braccio dal volante – Tutti siamo abili di rispetto del bene. Questo io lo so.
Mi inciti. Amore, raccontami quello che hai dentro. Non tacere, mai, con me.
Le casse sono forti, il suono è limpido. Te lo spiego con una melodia4.
7ozn 5’dheni w da3 el wa9t
Mshe fibelk bardek doum
Ki 3leya wallet tloum
B’rou7 5yéli na 7alla9t
7atta ken ghattat ghyoum
7atta ken zahri may goum
F’3in elli 5anou ma nsit
Safi, m3ak ben’neya
Ghir gouli lina ma drit
El 3in, ma rat thneya
Ti mahi bayna, bayna shey mahou mou7al
Mahi bayna, bayna la ma ydoum el 7al
Ti mahi bayna, bayna shey mahou mou7al
Ma mahi bayna, bayna la ma ydoum el 7al.
La tristezza potrebbe aver preso il sopravvento su di me e il tempo è passato
Pensavi che il tuo freddo sarebbe stato eterno quando hai iniziato ad incolparmi?
Con l’anima della mia ombra ho volato in alto
Anche se le nuvole erano scure
Anche se sono stato sfortunato
Guardando negli occhi le persone che mi hanno tradito, non dimenticherò
perché le mie intenzioni sono sempre state buone
Dimmi solo che non lo sapevo
Che i miei occhi non vedevano una strada.
–
Ma è chiaro e ovvio, niente è impossibile.
Ma è chiaro e ovvio, non sarà così per sempre.
Ma è chiaro e ovvio, niente è impossibile.
Ma è chiaro e ovvio, non sarà così per sempre.
Tu sogni l’America, io l’Italia. La nuova Italia.
Asciugandomi, ti sporgi verso di me, siamo ad alta velocità.
Amore, andremo in ogni posto che ha provato a confonderti e scombinarti per i propri interessi. E lo riscriverai. Camminerai su ogni strada su cui hanno tentato di instillarti la paura di camminare. E la riscriverai. Correrai su ogni riviera che hanno tentato di negarti. E la riscriverai. Fuggirai da ogni cosa che ha tentato di condizionarti. E la riscriverai. Guarderai in viso, ogni cosa che ha tentato di affibbiarti nomi impropri, che riflettono i loro. E li riscriverai. Come fai tu, da tanto. Oggi, e domani. Ancora, ancora, e ancora. Ti chiederò io perdono, per chi non te lo ha mai chiesto, come tu fai con me. Io sarò orgoglioso di accompagnarti, e di stringerti finché tu vorrai. Safi, îți mulțumesc5. Questa è la mia speranza e il mio sogno, se posso essere egoista.
Io volgo ancora la testa verso te, e sono nuda. Il mio corpo è nudo, la mia mente è glabra. Così è quando un immigrato di seconda generazione, è tutto quel che riesce ad essere, in mezzo a tutto quello che gli fan credere di essere. Penso a Lei e mi si acquieta l’animo. Lei mi tiene in un augurio di prosperità. E se vedesse, come mi t’intrecci le dita tue, alle mie. Se potesse vedere, ma lei vede. Vede, ogni volta che rientro a casa, e l’abbraccio. Vede anche te, e tutti quelli con cui abito l’amore.
Ci addormentiamo avvolti nel lenzuolo della nostra Giacinto italiana. Sul tuo petto che va su e giù, c’è la collana con la mia piuma d’avorio. E’ l’ultima cosa che vedo, prima di chiudere gli occhi.
بَيْنِي وَبَيْنَكَ,
Bayna.
