[CORSIVO. sui ciliegi, sorge l’alba.1]
L’altro giorno passeggiavo per le strade appresso al torrente, era tarda notte. Passeggiavo con te. Non ci siamo tenuti stretti, o tenuti per mano per diverso tempo. Entrambi abbiamo il nostro passo. Si conversava di scelta. Ad un certo punto, mi sono fermata in mezzo al marciapiede, di sana pianta, inaspettatamente. Non indossavo nulla. Un vestito estivo leggero, qualche decorazione orientale. Nemmeno un anello, solo quello all’anulare. Avevo le gambe scoperte e calzavo un paio di tacchi aperti, neri, molto bassi. Molto semplici, poiché con il tempo ho appreso che, spesse volte, e spesse maniere, acquisire consiste nel togliere, pulire, esemplificare. Sono sempre stata abile nella sintesi, ma di questo tu ti sei accorto, più degl’altri. Sosti di riflesso e non chiedi nulla, attendi che sia io a parlare.
Penso sia arrivato per me il momento, sai.
Tu sorridi, perchè da quando ti conosco, sei molto bravo ad accompagnare i miei stati intimi. Mi osservi lungo i bordi del fiume, e tracci con la bocca un crepitio d’emozione. I lampioni che rischiarano sono pochi, e ogni tanto qualche finestra riflette una luce fioca. Siamo solo noi due. Allora riprendo a comunicare con te, e sono così bambina che mi scordo d’esser donna.
E’ arrivato, per me, il momento di scegliere, di essere fe’. Contatterò, estrapolo giù qualche nota. Quando mi va, m’ascolterò. Andrò, non partirò, poi partirò invece. Voglio andare in van, con te. Voglio correre, con te. Voglio fare molto, tanto, poco. Mi concedo di essere triste, arrabbiata, euforica e ilare. Non m’importano più. Non m’importa più di nulla, se non di quello che è diritto. Voglio andare a vivere in ogni luogo che mi ha tolto vita, concedo, con te. Voglio scrivere in ogni luogo dove m’hanno ammutolito.
Mi vieni vicino, e mi sfiori l’anello. Me lo ha consegnato mimì, quando sono diventata – da burocrazia – cittadina Italiana. Lo tengo spesso al dito, in modo tale da farla abitare nei capillari più reconditi, per farla scorrere sempre, dentro alla mia storia. Te l’ho fatta conoscere. Le piaci molto, ma questo tu già lo sai, e te ne compiaci perché pure Lei, a te, piace assai. Le piaci, perché poco tempo fa, in privato, mi ha bisbigliato in cucina: lui ti fa bene all’anima che ti pulsa dentro, te la tiene come fosse un petalo senza mai deturpare. E questo tu te lo meriti da quando sei nata. Ti guarda sempre, e ha gli occhi puliti. Come i tuoi. E poi mi scruta, appoggia il palmo della mano segnata, sulla mia fronte. Come a volermi benedire.
Osservo. La gatta ti fa le fusa, s’accoccola calda a te. Quando leggi i tuoi libri, o quando sfogli i documenti per il lavoro. Io leggo i miei. Ti consigliai di leggere qualcosa tempo addietro, e qualche giorno dopo, lo avevi già terminato. Comprendo molto, dalle nostre quotidianità. Come attraversi la strada, assicurandoti di avermi al tuo fianco. Come mi fotografi, con la Minolta in analogico. Come montiamo in sella. Come guidi la tua motocicletta. Come stringi sulla mia gamba, quando siamo a strada aperta. E come mi riponi il casco, quando è il momento di salpare. Lo lasci scivolare sul mio volto, e aspetti che sia io ad abbassare la visiera. E’ un rituale. Una volta abbassata, tu riponi il tuo, e con morbidezza appoggi il tuo casco, al mio. Volendo augurare a entrambi un buon inizio viaggio, e che sia di positivo auspicio.
Prima di volgere la testa verso te, l’ho rivolta verso (tanti) altri. Donne, maschi, famiglie, pretesti. In questi ultimi due anni, ho naufragato, fino a finire in mezzo a vortici e mulinelli condensati – Carridi e Scilla. E a ogni giro di capo, mi strappavano via il soffio. E mi dicevano d’amarmi. E mi strappavano via il tempo. E mi dicevano d’amarmi. Poi, ho imparato che l’anima, la dovevo volgere altrove. E sei arrivato tu, hai bussato alla mia porta. Delicato, ma deciso. Onesto, impreciso, autentico. Avevo così tanta paura, dopo quello che. Mi sono assicurata che. Poi, ho smesso. Ho imparato a dirti grazie, in lingua araba, poiché volevo tu avessi da me una lingua che nessun altro, prima di te, aveva avuto il privilegio di ricevere. Così ci ringraziamo, alle volte, in arabo.
Ho imparato a ricamare il tessuto della mia pelle e delle stoffe. Ho ripreso a saldare, restaurare. Ti ho donato una collana, poiché a me ne sono state date infinite, in baratto. Ed erano lacci, prese, catene luccicanti, trofei. Tu non mi hai donato collane, orpelli, orecchini, bracciali, anelli, accessori. Tu mi hai affiancato in dimensioni, quali: pazienza, rispetto, onore, intensità, trasparenza, ispirazione. Ed è così semplice, per me, dirti no e dirti sì. Poggiarmi alla tua spalla, avvolgere il tuo braccio, riposare sui tuoi fianchi. Quando non condividiamo un’opinione a cento, o divergiamo apparentemente su un concetto, tu mi richiami con dignità e non ho un ricordo, fino ad ora, di una tua smorfia irruenta, brutta, malevola. Di un ghigno, di un’orrenda risata, di un attacco o di un’inconsiderazione, né di un’insensibilità. Nemmeno nei momenti più infimi, più ostici. Qualche dispetto dolce, come i bambini che siamo. Molteplici scherzi, e disinibizioni, e movimenti, nostri. E io, conservo l’immagine di un uomo intelligente, pieno, valido, nitido. Bello, vivo. E ho anche la rappresentazione di molti tuoi sorrisi, poiché me ne rivolgi molti – piccini, e grandi – giorno, per giorno, per giorno, per giorno. E io non smetto di enumerarli, quando affronto qualche difficoltà di percorso.
Mi si sfila il tacco, ti abbassi per sistemarmi la pianta del piede. Mi guardi, e dici: ecco fatto, suflet frumos2. Ti s’increspano gli angoli alle labbra, e la peluria del volto diviene per me un mare di casa. E a volte, mi commuovo in ogni viscera, e l’emozione, la meraviglia disattesa, mi inebria ogni briciola di corpo, di mente. Perchè allora, ogni dolore, ogni proroga, ogni insensatezza, mi ha guidato a camminare inconsapevolmente, verso ambienti dove esisto, e dove sono. E, dunque anche, verso di te.
Incespichi sulle parole a volte, e non hai timore di esistere per tutto ciò che sei, e così ho atteso pur’io. Laddove venivano scorte anomalie in mezzo alle sopracciglia mie, tu hai saputo non solo accarezzare, ma anche scegliere d’amare. Sei rimasto in piedi davanti a me, abbiamo stature differenti. Hai un passo senza agonizzanti menzogne o giustificazioni agnostiche, apatiche. Hai teso l’indice e, a turno, hai passeggiato col polpastrello prima sul sopracciglio di sinistra, poi su quello destro. Passando per il ponte di mezzo. Hai sorriso.
Nessuno ti può tangere. Sei veramente, vera-e-mente, bella. Sei nata per esaudirti. Houdini.
Le mie forze diventano tendenti all’infinito. Per una delle prime volte, ancora mille e poche ancora, non [sono stata scelta e ho concesso]. Sono stata scelta, e ho scelto. Mi sono messa al timone, e ho ridisegnato le traiettorie, ancora.
Nella camera del cuore, ho un’orchestra di vertigini piene d’ossigeno. E io, con tutti questi desideri, e teatri d’/dis/amore altrui, che mi ronzano da sempre intorno, ho sentito arrivarmi degno solo il tuo di verbo. Perché tu, sì, parli sincero d’amore e lo costruiamo, impavidi. Il fiume scorre, e si spengono un paio di lampioni. Allora, ho tenuto le palpebre chiuse per sentire il tuo tratteggio, e ci siamo concessi un bacio, sospesi l’uno all’altro.
Andiamo alla ricerca di un locale. Vogliamo stare a un tavolo. E lo troviamo, così bevendo assieme, giochiamo, cerchiamo la pelle, ci facciamo pernacchie. Tu richiedi ad un certo punto Paro, di NEJ’ – lenta, poiché sai che mi piace molto. Andiamo a ballare. Alcuni uomini guardano, e lo noto dalla tua mano, che mi avvolge sul busto. Mi chiedi: danza, se vuoi, con me. Le luci intermittenti del locale schiariscono i tuoi dettagli, li fondono con i miei. Le melodie orientali ci fanno muovere combaciati. Ho gli orecchini a pendenti, che vibrano, vicino alle tue orecchie, ai tuoi capelli, alle tue guance. Ci personifichiamo, siamo leggeri. Ti scosti solamente per lasciarmi ultimare il ballo da sola, e leggermi senza più toccarmi. Mi regali spazio, sei consapevole. I tuoi occhi, fra un’onda del corpo e l’altra, li incontro solo quando la chioma segue le movenze scoprendomi le linee. Le luci a volte li celano, ma io li vedo ugualmente, i tuoi. E a ogni giravolta, sorridono, tutelano e m’amano. Mi soffi sul collo, rido. Ce ne diamo almeno sessanta, di baci diversi. Fino al mattino.
‘atamanaa ‘an ‘aeish maeak mundh wiladati.
أتمنى أن أعيش معك منذ ولادتي
Habibi,
con te è una festa anche il dolore, iubirea mea.
