ABOUT THAT TIME I LEARNED HOW TO SCREAM IT AWAY
Siamo in quattro in automobile, e io cerco di allisciare i presupposti. Quattro, individui. Quattro, raccolte. Quattro ragioni, quattro vissuti. Quattro rischi. Quattro.
Quando accelero, e concedo a diffusore la musica, fra una cacofonia melodica e l’altra, sono consapevole di coltivare in petto un nuovo dolore. Una nuova distanza, e un nuovo resoconto disatteso. Con questa consapevolezza, deduco: non esiste più fiducia, mi fermo. Non esiste più apertura, mi fermo. Non esiste più calore, mi fermo. Non esiste più verità, mi fermo. Mi getto. Mi fermo. Mi interrompo. Mi. Da dietro, odo lui, che con una tenerezza sbalorditiva mi irrompe nel dolore:
Posso farti una domanda?
Dimmi.
Anche tu vai matta per gli anni 80, allora? Io la adoro, la musica di quei tempi. La conosci quella che fa…? Intona.
Sorrido. Voglio portarli tutti e tre, dove l’acqua scorre. Forse, ancora una volta, per depurare il vuoto che mi viene lasciato, l’assenza. L’agnosia emotiva. Non mi fermo. C’è qualcuno, dietro di me, che sta abbattendo la distanza che sto accatastando coi mattoni del timore.
Penso, fra me e me, lui è dotato di una rarissima intelligenza. Gli lascio avvolgere la mia mano, quando giungiamo sul ciglio dell’altura e si propone di aiutarmi a discendere dalla vettura. Gliela avvolgo a mia volta, anche se lui non sa il perchè di questo gesto. Le dita si incastrano così soffici, che mi sento quasi di non pesar più nulla. Sento tepore. Come lo sento in altre pochissime mani – quali la tua. Adesso che ho capito fino in fondo, quanto indifferente possa essere l’uomo alla scia di dolore che si lascia addietro, e quanto l’uomo possa mentire, quando ti dice d’amarti. Ti sono intensa, al di là del conoscibile, del tangibile.
Ci sediamo a tre, sulla panca. Il balbettio di qualche turista, l’irriverenza di qualche motore. Eppure, qui m’acquieto. Qui, sento solo il silenzio.
Molte volte, capita che s’investe il proprio tempo a estrapolare l’anima dall’altro. Ma, non ci s’accorge, che l’anima che si cerca di estrapolare, è solo il riflesso illusorio della propria. A volte, le persone, sono solo persone. Non c’è nient’altro, – concludi le parole, proferendo il mio nome per intero. Stacchi il silenzio, e mi t’avvicini, mi chiedi a tua volta la mano. Mi chiedi di posare la mia testa sulla tua. Io, non solo l’appoggio, ma ci sprofondo nel corpo.
Io non ci voglio credere, non mi fermo a comprendere fino a lì. Rispondo, con della fragilità.
E invece, purtroppo, ti devi saper fermare. Quasi nessuno, si guarda dentro. Perchè fa molto male riconoscere o consapevolizzarsi, e le persone sono abituate a vivere sui propri abbagli, non hanno né il reale desiderio, né il coraggio, né la necessità. Sai tu, quanto dispendio intellettivo richiede. Quando feriscono, non si vogliono assumere la responsabilità di aver ferito. Significherebbe doversi affrontare a torso forte, e questo la gente non lo vuole fare. La gente è timorosa di Dio, mai di sé stessa, o del male che genera. E’ ignorante, o attaccante, o contrattaccante, centrata. E quando accade, e te ne accorgi, vattene. Non sei fatta, per rimanere in questo. Per rimanere nell’apatia. Io ti ho compresa, e comprendo anche la tua riluttanza verso il loro presuntuoso abbraccio rappacificatorio. – abbozzo a uno scostamento di gamba – Loro, fan perdere a una cosa così bella come il caldo di due corpi a intreccio, il suo valore. E tu, fai bene ad abbandonare. Vai via da ogni cosa incava, vuota.
Ti lascio parlare. Ti voglio, parlare. Tentenno un po’, distolgo la testa. Le acque della Riviera sono calme. Loro altri due, guardano alle vette di montagna, ci lasciano distendere. Ti abbraccio, cado nel tuo abbraccio. Abito, il tuo abbraccio. E mi lascio andare a quello che sento. A tutto quello che sento. Mi corre il cuore, ma dopo un po’ si riposa.
Quando scendiamo a bagno, mi slaccio le scarpe con il tacco e a piedi nudi cammino sul pietrisco, fino a raggiungere l’acqua. La percepisco sui piedi e la descrivo a occhi chiusi, il vento spira deciso, sul caldo torrido. Alzo lo sguardo e mi lascio accecare dalla luce del sole. Mi segui, sei a gambe nude.
Sai che penso? – quasi me lo sussurri, ti tieni a distanza, e io questa cosa la gradisco.
A cosa pensi? – Il vento mi smuove i capelli, lunghissimi. Vanno in ogni direzione. Tu, mi guardi. Ti sollevi un palmo sopra le sopracciglia.
Che per amare così ci vuole molta resistenza. E io sono orgoglioso di amarti. Una vita a fingere l’amore, non la voglio mai, come non la vuoi nemmeno tu. Chi ti ama, non ti è egocentrico, né indifferente, o arrogante. Si alza le maniche – emuli, fingendo di alzarti le maniche, poiché indossi una canotta – si prende le palle in mano – qui diventi scurrile, quindi rido – e si sa ammettere di aver sbagliato con te, o con gli altri, o con sé stessi. E rimedia, se ti vuole bene. Perchè chi ti vuole bene, ti vuole bene sempre. Anche a costo di doversi ammettere la verità di esser stato uno meschino, uno stronzo. Sempre, non esiste altra maniera. Perchè tu, quando ferisci, lo fai con ognuno di noi, accarezzi, recuperi, accogli. Anche quando non ce lo meritiamo. Non è mai capitato in dieci anni che tu ci ferissi, ma noi abbiamo ferito a turno te. E continui a raccogliere. Gli altri ti amano molto, e poi? Quale bene, quale amore, ‘che son capaci di castelli di carta velina. Quello fanno. Guarda avanti, lì.
Mi indichi gli altri due, uno dei quali è tuo fratello – Guarda lì. – incalzi – Quei due ti amano davvero. Anche io, ti amo, soprattutto. Non solo quando ci conviene, quando tu raccogli il dolore di ognuno di noi. Ma anche quando siamo noi, a doverlo fare con te. In quali leggi del mondo c’è scritto che tu debba rimanere a chiedere scusa, a chi le scuse le deve a te? Sei così travolgente, e poi sei inesistente. Non sei così tu. La devi finire. Non è semplice per chi ha l’egocentrismo sopravvivente che bussa sempre sul cazzo di cervello pantomimico, ma non è impossibile, amare. Amarti. Non se si ama realmente. Lascia perdere, i cantastorie, gli specchi-riflesso, i mimi, i protagonisti e gli stronzi che ti stanno appresso tutto il giorno. Guardati bene intorno – mi indichi di nuovo verso l’orizzonte – lì c’è sempre qualcuno che ti ama Forte.
Mi abbracci da dietro. Io mi accorgo che non riesco a smettere di.
Per chi soffri? Chi continui a inserire dentro la tua stanza? I parolieri, i grandi innamorati, gli addolorati, gli indebitati con la vita, i disonesti, i pretestuosi, i perditempo, gli ameboidi. Finiscila.
Su “ameboidi” mi scappa il sorriso. Mi stringi. Le tue braccia intorno alle mie spalle, hanno il peso di una piuma d’avorio. Nel tuo corpo, torno la bambina che sono stata. La tua statura non m’ingloba, mi protegge. Rimango in silenzio, le onde si infrangono sulle nostre ginocchia. Ti schiarisci la voce.
Chi? Gli stronzi. Gli stronzi! Urlalo alla riviera.
Smettila. – te lo dico tentando di divincolarmi di poco dalla stretta.
No, urla alle acque che sono Stronzi. Diglielo. Restituisciglielo! – controbatti sulla stretta.
Smettila, non è necessario.
No, – sei dirompente – non è necessario, è doveroso. E’ un tuo diritto, esercitalo. Urlalo.
Rimango in silenzio, ancora, per un paio di minuti. Tu, comprendi che è il momento, e senza dire una parola ti distogli dall’abbraccio. Ti posizioni a dieci passi dietro di me. I tuoi sandali gongolano sulla spiaggia. Trattieni il fiato, e mi aspetti.
Stronzi!
E’ una delle grida più immense che ho.
Avanti! Meschini, meschini, meschini, disonesti. Dillo! – hai le gambe agitate, sei esaltato. Non mi volto.
Meschini, disonesti!
Hai un respiro approvante. Dunque continui a spingermi.
Dillo, anche quello. Dillo forte. Di’ cattivi. Devi dire “cattivi”! – lo scandisci.
Mi allontano, vado più in profondità. L’acqua mi arriva appena sopra il busto. Tocco ancora a terra. Mi giro verso di te. Mi fai un cenno con la testa, mi esorti con le braccia. – Vai!
Con tutta l’aria che mi rimane nei polmoni, esclamo:
Cattivi!
Silenzio. Mi giro di nuovo, corro da te. Mi lascio cadere su di te. Ridi e mi accogli come se stessi a una festa. Poi, mi avvolgi il capo, mi carezzi le guance. E mi dici, tenendomi a te, salda: non scivolare via. A volte, le persone sono solo persone.
A volte, le persone sono solo persone.
Ma io, oggi, ti devo contraddire. Poiché, ho più di quattro tesi argomentative, per pensare – ancora una volta – che a volte, in quelle volte, le persone possono essere, straordinariamente, molto persone.
Non mi è mai piaciuta, da piccola, la carta velina. Ha tutto il suo sapore, con l’audacia.
Loro tornano a riva. Mi vedono con gli occhi fondi, e con il sorriso. Tu fai un gesto che non comprendo, con l’avambraccio sinistro. Mi soffi dolce nei capelli mantenendo la stretta. Sei stato, in quel momento e ancora oggi, il mio catalizzatore.
Tuo fratello, dice:
Ma quindi, non me l’hai ancora detto. Quali sono le melodie anni 80 che preferisci?
Una narrazione a cura di © M.A.S.
