امرأة يا رجل

D’IMMAGINI E RETICENZE ABBANDONATE

Mi han chiamato – proferisco nome dell’agenzia – procedono la sfilata dal dodici al quindici. Ho detto che io lavoro come mi viene, e mi han lasciato carta bianca. I capelli me li conciano le truccatrici, eccetera.

Lo dico con un filo di robustezza, tu te ne accorgi. Mi vieni molto vicino, la luce del sole ti filtra fra le scapole, i peli delle braccia. Sei eccezionalmente felice.

I capelli alla fine li farai come vengono a te – proferisci il mio nome – i tuoi vanno sempre dove vogliono. Sono liberi, come te. Alla massima, sii accondiscendente e concedi loro di applicarti un po’ di cipria, quelle cose.

No. – sono molto soffice, quando ti parlo – Mi pasticcio gli occhi con le righe. Mi disegno due linee verticali dall’angolatura esterna della palpebra, perpendicolari. Poi, due punti finali che cascano sotto gli zigomi. Poi, dico alle makeup addette – ridi molto poiché ricalco con ironia sul sostantivo makeup quasi fosse un neologismo di fantascienza – dicevo, alle make-ups addettiveadette, chiedo cortesemente di poter indossare degli orecchini da casa. Il collier va bene, mi hanno fatto vedere i prototipi.

Mi accingo a mostrarti i progetti di styling sul cellulare. T’aggiungo: mi han presa perchè sono molto magra, quest’anno.

Tu sorridi, e mi sfiori la guancia. La tua bocca è piena di verità. Ti scruto.

Ti han preso perchè sei molto Tu, quest’anno. Il collier è molto bello, ma è la pelle tua che dona al collier, non viceversa. Andrai da te. Vuol dire che sarai, e indomata. – la tua mano è tiepida e non mi scivola nemmeno per un istante il profilo, dal tuo palmo – Tu sfila e, poi io sarò giù da basso in prima fila, e sorriderò a vederti come Sei, e a veder gli altri occhi su di te. Solo i miei ti vedono così da vicino. Solo i miei ti osservano nei dettagli della tua vita. A me dai accesso. Mi rende grato, orgoglioso, fiero.

Resto in silenzio, ti dico hai ragione, grazie. Hai spesso ragione, grazie. Sei genuino. Ti cerco la mano. Ti disegno sul polso, scontornando sui tuoi tatuaggi. Guardo i miei, guardo i tuoi. Mi ti merito. Though Attachment, never again.

Non lavoro come ragazza-immagine da quando ho vent’un anni. Questo è differente. Tutti i lunghi capelli m’andranno all’indietro, gli occhi saranno segnati dal nero, e dal blu magnete. Le labbra avranno un rosso porpora. Il corpo sarà cosparso di brillanti. E le iridi di sconosciuti, vagheggeranno sui movimenti che esercito. A me importerà solo delle tue. Perchè anche tu, come me, sei molto Tu.

A Lei ho detto. Lei dice: vedi che è agitato.

Digli che sono una delle quindici, ce ne stanno altre quattordici.

E’ agitato ugualmente, nel senso, emozionato.

Digli che sono la più bassa di statura. Tu sussurri: la più più. Sorrido, ti guardo. Aggiungi: Donna. Ho l’organo cardiaco intonso di aria. Riprendo a rispondere a lei: hai capito?

Lei sbuffa teneramente, dice: cosa ti fanno indossare?

Sorpresa.

Va bene, va bene. Sei emozionata? – la voce le si calma.

Ti rivolgo di nuovo uno sguardo. Sorrido di sbieco, cambio appoggio al telefono cellulare: no. Andrò lì a camminare col tacco. E’ solo una strada su cui percorrere i passi.

Che musica mettono?

Un brano è. Te l’ho fatto sentire in automobile, settimana scorsa – la intono.

Ah, sì. Vero. Quella molto lenta. Popolare quella. L’inglese lo capisco sai, fino ad un certo punto.

Rido.

Fuori il sole sta tramontando, calmo. Al diffusore faccio partire una compilation Jazz in lingua portoghese, io e te danziamo lenti, corpo a corpo, per un’ora. I corpi non mentono se fanno risuonare nella cassa toracica l’anima. Tutto è consapevole, spontaneo. Il tuo respiro, come il mio, è sincero.

Il mellow drums africano conia l’incipit. Ci vestiamo, e usciamo ad ascoltare della musica dal vivo fuori regione. La tua pelle crespa e segnata dal lavoro, la mia, segnata, bianca. La tua statura, la mia. La tua storia, la mia. La tua identità, la mia. La collana che ho creato per te, con piume color avorio. Il mio bracciale dorato con l’augurio in arabo antico. Il tuo passo deciso, mai invadente. Il mio passo, che ondeggia. I tuoi sandali usurati, le mie zeppe logore. La tua camicia mezza aperta è piena di soffi di vento.

Non v’è più alcuna la reticenza. Mi sfiori le dita: Tu, sei come Houdini. La trasformista del dolore.

Io nei capelli ho una foresta di fiori che proliferano e non smettono di proliferare, floridi.

Habibi.

أنا أيضاً، يا حبيبتي، حلمت وأحلم بحياة معك.

حبيبي.

Lascia un commento