QUANTI IERI NECESSITO D’AT(TRA)-VERSARE?
Tu sei uno di quartiere. E io, sono d’anima quartiere. Quando ci siamo incontrati, ero spaventato. Donna, identità, la mia. Ho pensato di non voler mai più, quello che è trascorso. Poi, si è incominciato piano. Gradualmente, a giorni alterni. Tu il tuo, io il mio, nostro incontro. Nostri, incontro. Ero appannata, ero appannato. Sbiadita, e sbiadito. Mi percepivo. Un giorno mi dici che non è un problema, per te. Non desideri ferire, e non desideri reiterare. Decido di crederti. Tu, sei giunto nella mia sosta portuale, io son venuta nella tua, dopo alcuno tempo. Le tue radici, i tuoi quartieri, le tue impronte. Ho visto, e le ho volute vivere. Tu, hai voluto conoscere le mie, con delicatezza. E io, con fermezza, sono andata verso le tue. Con un’imprecisione di cuore. Poco importa, poiché tu mi dici che non è un problema, per te. La tua città è piccola, è grande. Costernata di ricordi. La mia città è piccola, è grande. Costernata di alternanze.
Siamo appoggiati su una ringhiera, e abbiamo le montagne a farci da profondità di sfondo. Io scelgo che è il giorno corretto. Me lo hai domandato, e proposto, almeno tre volte. Io ero addolorato, addolorata. Non questo giorno, non più. Ho lavato via. Ho lavato, lavato, lavato, lavato, lavato, lavato fino a che l’ultimo frammento liquido, apparentemente fosse sedimentato, di corrosione non è sgorgato dall’orlo. Ho lavato con l’alcol isopropilico, questo ho fatto. Ho lavato ogni giorno, quello che è stato seminato all’interno della mente. Appoggiata, dunque, alla ringhiera, mi sporgo e distendo la schiena all’indietro, ho i capelli molto lunghi. Mi lascio quasi cadere. Quest’anno ho deciso di non tagliarne nemmeno uno. Dovevano ricrescere, dovevo ricordarmi chi ero, chi sono stato, quanto ho percorso. Ogni giorno, per un anno quasi. Il processo di mobilità corporea è stato florido. Il processo di riassestamento psicologico è stato limpido. T’attorcigli su concetti che mi fanno ridere forte, allora rido. Rido, e ad oggi, quando mi capita di ridere forte, a volte piango anche. Mi commuovo molto, ogni giorno, da quasi un anno.
Ogni virgola di tempo che concedo, e che abito, m’emoziona. Ogni particella degli ambienti in cui risiedo, ogni forma di gestualità, ogni riguardo di cura, ogni parola, ogni carezza. Ogni cosa, mi commuove. A bassa voce, ti suggerisco: io non sono sempre stata una che riesce. Tu mi rispondi: tu riesci sempre, non esiste cosa in cui tu non possa riuscire. Ora emoziona anche me, essere stata capace, non essermi ammorbata. Non aver accettato, acconsentito. Mi commuove, perchè per primo, ha commosso te. E io vedo attraverso anche la tua, di restituzione.
Voglio che riscrivi, quel ricordo. Voglio che tu ti dia la possibilità che meriti, di pulirlo. Pulire. Io ho pensato a detergerlo. Me lo sussurri, per quanto morbidamente me la promuovi, come richiesta. Mi fido di te. Cosa successe? Lo rispieghi?
E’ notte fonda, pochi lampioni accesi. Nessuna autovettura. Danziamo leggeri, in mezzo alla strada, mi lasci intonare. Quanto è bella la danza, anche questa ho riscoperto. In volto hai tinteggiato un sorriso che so che non rischia, fra qualche ora, di divenire un digrigno pieno di rabbia, contornato da un paio di occhi spe’. Il tuo sorriso, è semplicemente un sorriso. E rimane un sorriso, fino ai giorni a seguire.
Siamo seduti allo specifico bar. Io, prendo da bere uno specifico calice di. Anche la mia posizione, è la medesima: sono rivolta al tavolo verso il centro della città, e non verso la periferia. Tu, sei di fronte a me, sei rivolto verso la periferia. Sono tesa, e tu lo sai. Allora mi dici: va bene, quello che stiamo facendo. Il tuo ordine è differente. L’accompagnamento che mi riserbi, è differente. C’è un farnetichio collettivo di personalità circostanziali, è pieno di gente. E’ di nuovo estate. Estraggo una sigaretta per fumare, e mentre la imbocco, m’accorgo che tutto, ogni cosa, è differente. Mi rilasso. Tu sorridi, sorridi, sorridi, è naturale. Non c’è nemmeno la più piccola minaccia, che tutto. Che tutto si sgretoli. Che tutto, appì. Quanto fa male, una doccia. Se aggrava, se distoglie, se non lava. Se non lenisce. Mi lascio andare.
Mi canti, per favore, qualcosa dei Men I Trust? Tentenno. Mi canti Lauren, per piacere? E’ la tua preferita. Acconsento, dopo un poco.
‘Cause I can’t stay forever
‘Cause I can’t stay forever
By my window.
Anche la voce si distende, e io la canto, interamente.
Riding the country, for driving’s sake. Sync me within the outside world. So i can better miss my home.
Ti pieghi sulla scia dell’asfalto. Siamo distanti, ma vicini. Ti sporgi, senza invadere.
Ascoltami, chi ostenta e ripete di volerti bene, ma non ti fa del bene alla testa, non ti vuole bene. Chi ti sta intorno, chi ti sta anche a un millimetro, tutti i giorni, e dice di volerti bene, ma non ti fa bene da dentro, non ti vuole bene. Chi è testardo, nel dire di volerti bene, corrompendoti, non ti vuole bene. Chi ti compra, non ti vuole bene. Chi ti offende, non ti vuole bene. Chi ha bisogno incessante di far vedere che vuole bene, non vuole bene. Chi ti ferisce e chi non si cura delle conseguenze, non ti vuole bene. Chi ti svilisce, e al contempo ti adula, non ti vuole bene. Chi non ti vede, non ti vuole bene.
Respiro, lenta. Sono. So, esattamente quello che ho vissuto, e quello che è successo. E quello che è stato fatto. Anche noi due, siamo lontani. Eppure, siamo sempre così vicini, e mai prossimi.
Chi ti vuole bene, ti tutela. E questo, se posso fare lo sbruffone e prendermi una parte di merito, l’ho imparato da te, e assieme a te. L’ho voluto imparare. L’ho imparato a guardarti muoverti ogni giorno, in ogni luogo, con chiunque, con te stessa, con me. L’ho imparato nel vedere le cose che fai con me, per me, assieme a me. Nei momenti felici, nei momenti duri. E solo chi non vuole vedere, non vede. L’ho imparato da te. Che sei così rumorosa, nel tuo silenzio. Per quel che mi riguarda, per me potresti non parlare mai. La tua voce non ha rumore, ha suoni.
Nel borsello che mi ha donato Baba, ho riposto un portachiavi con un tratto paesaggistico delle sere di Van Gogh. Per rammentarmi che, ovunque io vada, la notte sa essere luminosa, e viva.
Sprofondo nelle tue. Passeggiamo, ti parlo della ragazza di Bologna che fotografa istanti. L’ho conosciuta così casualmente, ed è una cosa così tanto grande. Mi commuovo. Lo penso. Io invece, da te, ho imparato ancora una volta nella vita, la speranza.
Il sole aiuta le piante ad accrescere e, in apparenza, è un bel sole. Ma, se non provvista di acqua, la pianta al sole si essicca. La pianta, marcisce, anche se contaminata. E muore, sotto al sole. La pianta, a seconda della specie, è dotata di caratteristiche più o meno difformi: gambo, petali, innervature e pistilli.
Ho lavato, lavato, lavato, lavato. Ho lavato con l’alcol isopropilico, questo ho sempre fatto.
Sono molto orgoglioso di te. Grazie del prezioso tempo condiviso assieme. Ci vediamo sempre. Io lo spero. Ciao!
L’ho capito e allora rispondo. A domani, ciao.
A domani! sei incredulo.
Ho il coraggio di dirlo. Il domani è sempre un’opzione, quando ci si vuole bene.

una fotografia a cura di © MAS.
