DI COSTUMI E STRA-ORDINARIETA’

(ALLE VOLTE ESISTONO)

Il computer è acceso, nella tab di navigazione rimangono aperte quattordici pagine: alcune su PubMed, altre da Scholar, altre provenienti dal New England Medical Journal e altre ancora dal The Mend Project. Le elucubrazioni vengono consigliate dal professionista con cui v’è consulto terapeutico. Tre volte alla settimana, mi alzo, mi vesto, mi raccolgo i capelli e mi tingo gli occhi di nero, volgo a propormi in dimensioni asettiche dotate di educazione alla salute e consapevolezza. Alle volte mi coloro d’incredulità, altre, rimango solo amareggiato. Il retrogusto della conoscenza è amaro, e in un vocale audio lasciato ad un’amica di vecchia data in confidenza, confesso: “Prima, mi addolcivo il placebo con dello zucchero. Ora, è come prender la reale ed efficace medicina, senza nessun additivo dolcificante. E’ amaro, ma indispensabile”. A furia di ingurgitarla, rigurgito fuori ogni ultimo frammento di impalcatura sperimentata. Le temperature si sono abbassate, e io che di soluzioni drastiche, ne ho sempre conosciute morbide, prendo l’abitudine di docciarmi con l’acqua calda, trattare con dell’aloe vera in olio ogni punto del corpo che considero “da sanare”, e accendo alcune candele, prestandomi al Kindle. Lì, rileggo con chiarezza tutto quel che è da riosservare, con punti di vista prospettici evoluenti. Imbarco sul naso gli occhiali da vista, e mi accendo la sigaretta.

“Pronto?” la voce si schiarisce e denota della curiosa indagine d’affetto.

“Sì, pronto. Jijì” incalzo, con tonalità incurata.

“Non rispondi al telefono per giorni. Ti conosco e lo so, ma volevo accertarmi che tu…”

“Sto bene.” taglio corto, ma la voce mi s’ammorbidisce “Sto ok.”

Una risata pacata si ode dall’altro capo della comunicazione: “Ecco, bene. Che stai facendo? Dipingi?”, ha timore di arrecare disturbo, e io la rassicuro.

“Leggo. Terapeuta. C’è qualcosa che non va?”

“No, assolutamente. Domani sera si fa passaggio dal trentuno all’uno. Volevo chiederti se…” si lascia andare a una pausa latitante, ma gioiosa “…se ti andava, no. Ci siamo io, gli altri. Forse rimaniamo in tre. A me non frega nulla di Halloween, capito? Però.”

“Jijì” la accolgo, con rinnovata comprensione “Incontriamoci a Reggio Emilia. Facciamo scalo a Modena, poi andiamo a mare. Io, te e lui. Vengo su domani, alle 16. Raccogliamo i sacchi a pelo, le tende, andiamo a mare. Voglio nuotare.” nella mano cingo una penna nera, prendo uno strappetto bianco di foglio, ci scrivo: Jijì, Tino e io andiamo al mare, a nuotare. Sono i nomignoli più sinceri con cui rendo abito, ai miei amici di una vita. Meravigliosi compagni coraggiosi. Mentre lascio l’attesa telefonica, disegno a lato della parafrasi un ciclamino. I petali mi escono buoni.

“Guarda che tu fai delle cose…” sbotta lei, felice “Tu fai delle cose! Non si sa mai, con te. Io ho tantissima voglia di vedere il mare! L’ultimo quadro che ho fatto parla di quello. Le tende le ha lui, io porto i sacchi a pelo, R. ne ha alcuni nello scantinato. Te l’ho detto che ci trasferiamo. Proviamo a vivere un altro tipo di vita da casa” lì, per quell’istante inconsiderato, mi si gonfiano le vertebre d’aria pulita. Scrivo giù: Jijì si trasferisce. Ci aggiungo uno smiley.

Rido e sospiro: “Senti, mi dispiace. Ultimo periodo…”

“Tu hai tenuto nascoste parecchie cose e secondo me ti dovresti anche vergognare, per averle voluto vivere sola. Ci capiamo. Lei che ti ha detto?” entra in modalità supervisione materna.

“Nulla, che vado avanti.” inizio a scarabocchiare sul foglietto “Mi ha detto: la prossima volta fai più attenzione nei tuoi investimenti, e a chi concedi di metter piede nella tua vita.”

Jijì sbuffa. Dice che l’ultimo quadro è un colpo al cuore, per lei. Lo ha fatto vedere anche a R., lui dice che tecnicamente corrisponde alla “mia linea di pittura”. Mi chiede cosa leggo, io le rispondo con trasparenza e le porgo alcuni titoli. Lei, allora, mi dice: ti faccio una carezza sull’anima. E io, me la intasco come fosse un talismano. Uno dei miei molti talismani.

“E comunque, io quelle cacate in maschera non le faccio. Le persone le indossano tutti i giorni, per tutta la loro vita, e ci vivono dentro” aggiunge. Per farla sorridere, io tentenno al telefonino, poi agguanto l’occasione:

“Io, se vuoi, mi travesto da …, visto il… poi però, qualcosa al cuore me lo faccio. Tipo, ci disegno una X. Il fattore decostruito”. Lei non ride nemmeno. Mi dice di lasciar perdere, e io lascio rapidamente perdere. “Grazie, Jijì. Non ricordavo più com’era essere chi sono”, lascio andare la penna sulla scrivania.

“Mica facile, posso dire? Non importa, tu non dimenticare. Non ti tradire. Ci vediamo domani alle 16 in piazza Fontanesi. Te lo ricordi dove si trova? Tu che con le indicazioni…” mi prende in giro. Le rispondo, ridendo: “Metto Maestro Apple Maps.”

“Non era Maestro Google maps?” puntualizza lei, divertita.

“Mi son innovata. Ora è Maestro di Corso Avanzato Apple. Dici che la medaglia per la stupidità dell’anno la vinco io?” ridacchio.

“No, sicuramente non la vinci tu. Sei stata fin troppo sul pezzo. Ciao, cuore.” mi saluta, ma attende che sia io a chiudere la telefonata. Rimango in silenzio, e lei aggiunge con sottigliezza: “Sono sempre fiera di averti nella vita. Con te è tutto spaventosamente naturale. Chiama anche lui, così porta le tende”. A quel punto, le dico che le voglio bene, che mi stringo a lei, che sono orgogliosa. E la congedo.

La mattina seguente, telefono a M. La telefonata dura un’ora e venticinque minuti, dove lui fa sostanzialmente la cosa in cui riesce meglio: intercambiare la malinconia con la semplicità dell’umorismo comico senza veli traversi. Io gli dico che ci riesce, perchè è bravo con le lamiere in officina. Mi ricalca sopra con delle banalissime soggettazioni libere, e io mi lascio trasportare dalla verità con cui quel rapporto lo condivido da ormai sette anni. E ripenso a quanto tempo non mi sono concessa, per incorrispondenza. Dopo aver poggiato il cellulare a bordo del lavello, mi lavo il viso e mi permetto di esercitare le unità muscolari descrivendo le emozioni: disgusto, inconcepibilità, distacco, rimorso nei miei stessi confronti. Poi mi punto l’indice addosso e mi dico: vai de capu’ tau. Questa è un’esclamazione bizzarra in lingua arcaica, che appartiene al corredo del giudizio del sé, e denota un certo dissenso nei confronti di una qualsiasi cosa abitata, vissuta o subita. Letteralmente si potrebbe tradurre con “Povera quella testa che ti ritrovi”. Mi cucino qualcosa di elaborato, lo assaporo come fosse il primo pasto della vita, e mi dirigo lesto a preparare lo zaino da viaggio. A diffusore, metto una playlist che parte con un pezzo di G-Eazy, intitolato “Back to What You Knew“, una denuncia illustrativa alle dinamiche sentimentali tossiche, che risale all’anno 2020, data d’uscita. Canto seguendo le parole, mentre mi percepisco il volto decompresso. Nel videoclip eseguito, l’autore rende indietro il dipinto di due protagonisti che, gettandosi l’uno addosso l’Ego sull’altro, arrivano a completizzarsi in un assorbimento malsano d’identità. Alla fine, lui si alza da quel letto condiviso, e prima di andarsene definitivamente, dice all’amante che, dopo di lui, lei sarebbe tornata esattamente a quello che “ha sempre conosciuto”, pur di non fare i conti con sé stessa, e guardarsi dentro. Sgusciando con impazienza e immediatamente di nuovo all’interno della regola abusante interiorizzata e normalizzata come eco all’amore. Ed è esattamente quello che lei fa.

Guido in statale con indosso la nostalgia di Cesenatico. Le spiagge imperfette e il modo in cui le piante dei miei piedi si lasciano tangere dai granelli inumiditi di sabbia. Il rumore delle onde che si increspano dentro l’obiettivo oculare della mia disformia anatomica. I brani che m’accompagnano sono quelli della mistica Fràncesca Calearo, che non fanno altro che replicare alle mie domande. con Il mio Nuovo Maestro, sterzo saldo, e m’immagino tornare in sala prove a Parma, a raccontarla con tutta l’estensione corpo. Programmo di tornare lì a novebre, con il corpo di cinematografia. Nella borsa, ho le Kalimbe in legno grezzo, e l’analogica Fujica, con annessa Polaroid Color. Fotografare il compartimento corredico di vita incamerata, mi acconsente a distanziare l’occhio e vedere con assenza focale quello che in panoramica devo carpire. Quando salgono in auto lei, e lui, l’atmosfera subisce metamorfosi e palleggiamo le reminiscenze al ritmo di Tupac e Notorius B.I.G.

“It’s Notorius Bi-ai-gì!” esclama lui sul sedile del passeggero. Il volto trasfuso, il mento crespo e il naso longilineo. La barba incolta, i baffi, i segni di un uomo in divenire, con le proprie codardie e le proprie ammissioni di incertezza. Lo osservo con la coda dell’occhio, e penso a quanto sia spettacolare la vettorialità dell’eterogenismo umano. Amico sincero, quanto sono benedetta, e grata. La felpa gli scopre le braccia dalla folta peluria, che si agitano compiacendo i brani di un rap remoto. Dallo specchietto retrovisore, gli occhi profondi e malleabili di Lei. Una bellezza in movimento, mani piccole che partoriscono meraviglie su tela, con la dolcezza di una donna sentenziata alla modernità. I ricci scuri raccolti in un grappo di crine, e la pelle olivastra. Le labbra sottili e le sopracciglia altrettanto, una fronte stretta, ma esposta. Italianizza caratterizzando le parole della melodia, assorta in un sorriso che mi rivolge alle spalle. Amica leale, quanto sono benedetta, e grata. Anime da custodire, e da ponderare nella contaminazione. Penso che il mio taccuino di quotidianità si debba riappropriare del sincero. Nel corso degli anni sperimentati nella varietà, assieme, questi due individui hanno lasciato le loro tracce nel mio quaderno, più di tre volte. E, assieme ad altre personalità di viaggio, hanno compreso in punta di piedi, e restituito il mio nome in maniere trascendentali, soffici a camminarmi affianco all’animo. Al volante elargisco uno schiocco di bocca, e dico “B I G P O P P A oè!”. Loro si agitano e ridono, si confondono e i tabulati vocali nell’intruglio a tre sono la sinfonia di cui necessito per cancellare gli Inganni. L’eccezione nella Stra’ordinarietà: questo da sempre non smetto mai di gratificare.

“Donna al volante”, abbasso il volume. Lui deve proferire qualcosa di fondamentale importanza. “Devo…” inficia.

“Defecare.” replico. “Cerco un parcheggio dimenticato dalle membra di Dio e ti vai a incespugliare. Ti copriamo io e Jì”.

“Senti, è quel panino che ho mangiato a pranzo, te lo giuro. Pesante allo stomaco, ho l’intestino che mi fa Buruburu” e si esprime volgarmente, quindi concilio la parentesi con una botta di ironia.

“L’importante è che non…sui sedili.” mi vengono un poco le lacrime dall’emozione, ma non lo so spiegare.

“Non ti assicuro nulla.” dice lui, presuntuoso. Da dietro, Lei conferma con siccità tonale: “Certo che tu devi sempre cacare”. Io le dico che è invidia al femminile, e che un uomo scombussolato va pur sempre portato al riparo a espletare. Si rompono entrambi, ilari. Facciamo sosta nel suddetto parcheggio da zona industriale. Lui si cala i pantaloni e senza pudore si imbosca. Condividiamo due American Spirit, lei e io. Nella mia mente, mentre attendo imboccando la sigaretta, penso che la natura umana sia straordinaria. Mi si perdoni la ripetizione.

Giungiamo così, sulle spiagge incustodite di Cesenatico. Il buio dell’inverno inghiottisce la luce, a scapito dei pochi lampioni accesi. Nella notte fra il 31 e l’1, montiamo due tendine e organizziamo i posti letto. Siamo a riva, e lo scroscio delle vallate acquose mi ricordano di quando ero quindicenne, la prima volta che m’innamorai del Mare. Ci appostiamo con i fondoschiena l’uno affianco all’altro, e ognuno abita nel silenzio per un certo periodo di tempo indefinito. Lei ha portato una chitarrina, che inizia a strimpellare, e io, sfoderando la Kalimba più piccina, l’accompagno nelle sinfonie. Così, lei improvvisa con gli accordi e io con le dita sulla pianola africana. Le faccio scorrere leggiadre, senza alcun tipo di norma da inseguire. Gli anelli che indosso ballano intorno al tono epidermico senza dar fastidio. Io indosso agli orecchi, di nuovo, i miei cerchioni dorati. Lei, indossa delle perline cobalto e Lui, indossa il suo, di anello. Quando terminiamo di filosofare sulla musica, io allargo le mani e prendo in prestito le mie stesse fotocamere. Inizio a fotografare. Lascio scorrere una mezz’ora.

“Perchè non danzi, adesso? Sei una coreografa, una disegnatrice con il corpo” esordisce lei, guardandomi nella notte. Io le ricambio uno sguardo carico di tenerezza, e inizio a spogliarmi del cappotto, senza proferire verbo. Lui accompagna: “Eccola qui”, batte i palmi delle mani. Il vento soffia ebbro. Io mi sfilo gli scarponcini, il gilet color crema, e resto in dolcevita, e pantaloni a zampa d’elefante in tessuto leggero, scalza. Prima, dico che devo immergere le gambe in acqua. Fanno sei gradi. Chiudo gli occhi e sento infrangere le capillarità del mare sulle ginocchia. Lei sussurra a Lui: “Deve fare le sue cose…”, io la sento a malapena. I capelli sono liberi, e li sento meglio sulle spalle. Sono cresciuti rapidamente. Mi volto verso i miei compagni di viaggio. Propongo a ognuno di noi, di lasciare in dono al mare una paura, un rimpianto o una verità. Jijì appoggia la chitarra a terra, mentre M. si soffia via dal grembo la sabbia portatagli da Eolo.

Lei è la prima a farlo. Grida con tutta l’aria che ha nei polmoni una paura.

A seguirla, è lui. Più silenziosamente, dedica al Mare un rimpianto.

A me rimane una verità. Indugio bilanciandomi sulle punte dei piedi. E proferisco impavido: “Mare lavami via la regola e l’Inganno vissuti!”. Le lacrime mi scendono a intermittenza, e mi accorgo che anche loro si commuovono. Ci stringiamo in un abbraccio senza rigori, assieme. Quando ci stacchiamo, inizio a far trascinare la gamba destra sulla sabbia. Loro mi si siedono davanti, Lei recupera la Polaroid. Si assicura dello scompartimento cartucce. Serro nuovamente gli occhi. Lui al telefono mette in successione “Crudelia“, tratto dall’angolo Persona, di Marracash, “L’anima“, e “Que no Salga La Luna“. “Disegna nell’aria, A.” dicono. Il busto mi si flette, e le braccia divagano, in successione. I fianchi si abbandonano e i piedi volteggiano, improvvisando. Giravolto intorno a lui, poi a lei. Espando le dita, per poi ricomprimerle.

I piedi scalciano sulla sabbia. I granelli si erigono e Jijì scatta una fotografia. Roteo il capo e mi lascio spettinare dal vento.

Il battito non lo percepisco, ma gli avambracci scavano abbracci nell’aria come fossero pale affonde. Scivolo nella terra e la terra mi accompagna esile. Racconto di forme nello spazio adiacente. La fluidità del corpo si allena. Resto in canottiera. Quando ho decompresso, mi adagio al suolo, con il respiro affrettato e le palpebre appesantite. Jijì mi si butta di fisico addosso, stringendomi e avvinghiandomisi al collo, e non dice nulla. L’emozione viene trasferita. M. resta a guardare la scena per un po’, e dopo, mi si avvicina sedendosi a terra, piano pianissimo. Mi cerca la mano, la avvolge:
“A volte esistono” dice.

Rimango incollata a Lei. Lo guardo attraverso i suoi ricci. Lui sospira.

“Che cosa?” domando con un filo di voce.

“Individui vuoti. Ti ricalcano sul dolore fino a che non ti spezzi. All’infinito, e non smettono.” il suo tono di voce è irreprensibile. Jijì scoppia a piangere dentro il mio petto con isteria.

“E ti svuotano fino a farti credere di essere Tu, sbagliato. Perchè si ripudiano nel profondo da soli. Ti scavano e ti condannano senza un perchè fino a che non ti rompi. A volte esistono. E non avranno mai la forza di specchiarsi in loro stessi.” la sua stretta si fa più forte sulla mano, ma mai confinante. Mai d’obbligo. A quel punto rimarco sulla sua stretta, e gli faccio eco:

“A volte esistono.”

Scribacchio qualcosa sul taccuino, mentre mangio con avidità un dolcetto portato da casa. Sono le tre del mattino. Veloci, le luci nel cielo iniziano un poco a mutare di colore. Jijì porta appresso un libro di Franco Arminio, me lo ha fatto scoprire lei, dopotutto. Con morbidezza mi chiede: “Pagina trenta. Ti va se leggiamo assieme?”. M. si distanzia, e prende dal suo borsone tre birre.

La invito a leggere, mentre mi rivesto del gilet. Il taccuino e la penna si fanno accarezzare dalla brezza fredda. Lei si affronta con il l’intonazione:

“Invidio

chi c’è nella tua stanza

e può ascoltare la tua voce:

una tazza, una matita,

una pianta.”

Le sorrido, lei fa sorridere gli occhi adombrati. Pagina ventisei.

“Lo faremo lentamente,

con intervalli profondi.

Ti porterò l’intero fiume

coi suoi tronchi.”

Il suono delle parole da lei elicitate è cristallino e mi culla le tempie assieme all’odore del mare riminese. Lei appoggia la sua testa sulla mia spalla: “Per favore, cercane alcune tu. Vorrei fossi tu a leggere. Hai una voce più melodiosa della mia. A volte penetra fra le fessure dei muri più forti. Te lo dissi la seconda volta che ci incontrammo”. M’imbarazzo un poco, perchè per me è come la prima volta. Le distolgo il libro dalle mani e lo sfoglio: “Pagina diciassette.

Una dolcezza vera

non è mai cordiale.

Una dolcezza vera

ti fa male.”

Accarezzo la pagina. Lei comprende, e mi sussurra: “E’ proprio così”. Io annuisco. Pagina ventidue.

” […] La cosa importante è tenere larga la vita

e tenere largo l’amore.

Incontrarsi non per restare

nel punto in cui siamo, ma per muoverci,

per guardare il fondo

e per guardare in alto.”

Scontorna un po’ i capelli suoi, che s’immischiano ai miei. I ricci, con le onde. “Fare l’amore è un lavoro prezioso.” mi dice lei, sussurrando. Io le rispondo: “E’ un lavoro da restauratori”. Lei dice che è magia quel che ci concediamo di vivere, e che il suo cuore sta così bene. E io penso, che il mio, stia recuperando sulle scie. Pagina trentatré.

” […] Tu lo sai:

non è per avere qualcosa

che siamo qui,

è per dare tutto

senza chiedere niente.

Tu sei silenzio e amore.

Sei la prova

che l’universo non è tutto

un crepacuore.”

M. ci passa le birre. Le apriamo con il cavatappi. Sbollicinano erette, e vengono portate alla cavità orale senza intransigenza. Mi bagno l’ugola, mentre guardo Lui, che si affianca al mio lato sinistro. E’ rimasto in calze, le scarpe le ha lasciate alla tenda. Esclama: “Oh ma che mare abbiamo!”. Jijì gli dice di scegliere una poesia, a suo turno. Lui, impacciato, va veloce alla pagina trentacinque. “Io non ne capisco molto di queste robe, ma son belle lo stesso.

Ho fatto tanti errori

nella mia vita.

Questo ognuno di noi lo dice.

Quello che non sappiamo dire

è questo:

ho fatto tanti errori

nella vita degli altri.”,

dondola con le dita sulla copertina. Lei si sporge per fargli una carezza sulla gamba, io mi piego per porgergli la mia testa sul petto. Tenera è l’età del giovane adulto. M. rende indietro il libro alle donne. Con concordia infantile, mi strofino la sabbia sulla cima del pantalone e ne verso un poco sulla pagina quarantadue.

“Se mi ferisci

mi dai

ciò che mi aspetto

dalla vita,

io sono cresciuto

in braccio

a una ferita.

Spezzami in due,

il buono

è la luce che nasce

quando ci spacchiamo.”,

Jijì sbalordisce: “Ecco.”, M. le replica: “C’è chi ti spacca per vederti e chi per comprarti”. Io rispondo che hanno ragione entrambi. Pagina cinquantotto, legge di nuovo Lei.

“In te c’è l’ardore

perfino nelle lacrime.

Tu vuoi il fuoco

ma io sono aria.”

Mi dà una gomitata docile e mi dice: “Questa parla proprio di te. Sei il vento, cuore.”, io mi piego una ciocca di capelli dietro all’orecchio e le faccio spazio fra il costato: “Molti baci, molte gentilezze, minare il rancore, farlo saltare […] meglio […] la carezza, il fiore. Citandolo”. Mi concedo un sorso di birra.

Pagina settanta. L’ultima pagina visitata da noi tre.

“Che belle certe delusioni,

che meraviglia certe amarezze,

meglio dei baci avari

delle anemiche carezze. […]”

Chiudo il libro su se stesso, e lo rendo indietro. Ringrazio questa parentesi di vita.

“Ma quindi ‘sto amore, che cos’è donne?” domanda M., lui finisce rapido la birra. Jijì dice che l’amore è un sussidio, lei dice meglio “un aiuto a vivere nel rispetto e nella dignità umana”, in quanto sussidio lo traduco io. Io rispondo che, a parer mio, l’amore è “un inno alla libertà”. Poi, aggiungo, che quasi nessuno a questo mondo, Ama. Carpisce, si gonfia, esige, brama, ma non Ama consapevolmente. La distensione di sconforto viene percepita, allora Lui appoggia la bottiglia vuota e dice: “Hai ragione. Le persone che non amano, non sanno mai stare da sole con sé stesse e ricercano negli altri una costante conferma. Come dici tu, si gonfiano. Risucchiano gli altri per sentirsi indispensabili, per sentirsi bravi e importanti. E passano di uomo in uomo, e di donna in donna. Poco importa finché hanno qualcuno a cui dare la colpa e su cui gravare, su cui vomitarsi addosso senza cognizione. Fa troppa paura accettarsi e studiarsi davvero, prima di toccare l’Anima di qualcun altro. E nel farlo, lo si fa con presunzione, quando invece bisogna stare attenti…”

M. lo ha imparato a sue spese. Ha toccato l’animo di una donna e ha rischiato di sgretolarlo in tanti piccoli grandi pezzi. Aggiunge, amareggiato: “In pochi amano davvero”.

Mi reclino sulla sabbia all’indietro e lascio cadere i capelli. Appoggio la mano destra sulla pancia e conteggio il mio respiro. Poi, ripeto: “Vomitarsi addosso senza cognizione…”

“Essì, essì, lo sai tu” dice Lui. Si gratta la barba. Jijì addobba il discorso con un: “Se solo le persone si prendessero davvero cura del cuore di chi dicono di amare…ma queste son favole, o no?” mi rivolge uno sguardo accigliato e taglia con del sarcasmo. Rispondo con un: “Mamma mia…cose ultraterrene, inconcrete, parole“, secca, ma guarita e rigenerata. M., imperativo, sentenzia: “Chi è vuoto dentro, non ama. Vuole e basta, e finge di dare per dopo avere la possibilità di farti il tornaconto. Dà solo le cose più banali e dice che dona”. Smorzo l’atmosfera con un: “Io non sarò una deliberata e nominata sentimentalista. Ma non è una regola. Ci vuole coraggio” e si ammutoliscono entrambi.

“Penso sia arrivato il momento, per me, di fare un bagno in mare”, così dicendo, mi allontano un poco da loro, e inizio a spogliarmi. Rimango denudata, e mi immergo nelle acque gelide. Loro fanno lo stesso, e ognuno fa il proprio bagno, nudo, alla luce di luna senza invadere l’altro, con la prossimità. Dunque, ognuno nuota a distanza. M. è il primo a tornare a riva, urlando quanto facesse freddo diovà. Io e Lei usciamo assieme. Ci rivestiamo. Rimaniamo a parlare a bordo del mare, ricompensati ognuno a modo proprio, fino all’alba. I sacchi al pelo non fungono a niente. Non dormiamo. E dentro di me, al levarsi del sole, penso che le maschere noi, questa notte, non le abbiamo indossate.

Noi ce le siamo tolte.

onde in over-expo, 1 nov. 2023 – una fotografia a cura di M.A.S.

Una narrazione di vita a cura di © M. A. STANISTEANU

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