SE’-LVA DESERTO

Sélva era una nòmade a est del territorio. Aveva il torso granitico, i fianchi malleabili e i talloni segnati dal cammino. Non sapeva né quando era nata, né perché. Le gambe snelle fléttevano celeri, poiché sapeva che gli Uomini eran ben distanti dai lupi o dai fòrestieri felini, e potevan vestire gli abiti della menzogna. Si sapeva, lei, ness’uno. una fra néssi si percepiva, e attingeva a ogni torrente d’acqua senza deturparne la potenza centrifuga. Quando il vènto nobile decideva di rigarle le guance, lei si lasciava andare. Sélva andava a nascondersi fra le brulle distese d’erba più recondite, e con i pochi indumenti logori ch’avea, danzava in punta di piedi, voltéggiando nel segreto d’un animo senza esitàzioni. si tingeva le palpebre di nero, e segnava a dita cerchi sotto gl’occhi, per camuffarsi meglio in mezzo all’arido mondo delle figùre. Sélva era un figlio in mezzo al Nilo, a est il Nilo per abbandono veniva chiamato “Shaska”. E la cesta era arrivata cullata dalle correnti generate dalla mezzaluna del primo anno.

Con il passare dei tempi, Sélva diveniva zingara senza timore, e costruiva esule un suo angolo di territorio, disegnandone le intimità: un luogo remoto in riva a uno stagno sull’altura della montagna più alta e impera, dove poter fare danze e bagni a corpo nudo, senza temer l’invasione di intercettatori che volevan venderle a tanti denari il pegno della corruzione.

Così, divenne ninfa, e godeva del suo piccolo spazio di pace e réstituzione all’anima.

Un giorno di sole traversato, mentre lei faceva poggiare la pianta dei piedi a ritmo di melodie rinfuse, muovendo gli arti superiori intorno alla flora circostante, Sélva sentì sotto lo scroscio di foglie la cacofonia caratteristica di un tacco da stivale. il torace s’irrigidì e gli occhi si schiusero capovolgendo le iridi a sud. gli stivali venivano indossati dai cacciatori. lei smise di movimentare il costato in modo tale che i talismani crespi indossati intorno al collo non gingillassero esplicitando rumori. I cerchioni pendenti all’orecchio smisero di vibrare. L’uomo che s’introdusse sferzò le foglie degli alberi ostacolanti con la ferocia di un mercante del deserto, e senza pietà recise i fiori dei cespugli prossimi allo stagno. Tese un boquet verso la donna che aveva distante, porgendo i suoi saluti. Quei fiori, disse lui, erano per lei, e per la sua danza. Lei rimase immobile, e si nascose il volto con un velo tenuto apprima sulle spalle. I capelli le osteggiavano le orecchie agli stranieri, e l’uomo sorrise, rassicurante. “Non avere paura, non sono un cacciatore. Ho sentito la musica. Le note mi hanno guidato a te”. Cingeva nella topografia di un pugno vissuto, una mezza ascia affilata e vestiva d’abiti raffinati. Sotto le maniche, sull’epidermide, nascondeva delle macchie scure e Sélva ebbe paura, nonostante l’uomo apparisse gentile. “Io nomade. Tu mercante?”, la lingua parlata da lei era decostituita dagli aggiornamenti odierni. Rifiutò con un gesto grottesco i fiori, dicendo che non c’era necessità di ucciderli, per avvicinarsi a lei.

Lo straniero la invitò a spogliarsi del velo: “Sono nomade come te, cammino da tanti anni alla ricerca di un qualcosa che somigliasse a te. E ti ho incontrato. Voglio la libertà che tu hai. Ti sono innamorato.” Sélva osserva gli stivali scamosciati impregnati di fango e si domanda, a quel punto, perché un nomade dovesse indossare stivali, se non per cacciare. Gli nomadi passeggiano scalzi. L’uomo le pare tanto morbido nelle parole, che vuole pensare che sia onesto. Le nocche del forestiero sono segnate, e gli occhi dalle iridi cineree, tanto da far sgomentare quelli di Lei. E se lui s’era innamorato, di cosa s’era innamorato, senza neppur conoscere il suo nome. Allora, Sélva, glielo cela, il suo nome. Lo custodisce all’interno di un vaso nella grotta sottostante allo stagno. “Posso rimanere qui a dormire per una notte?”, domanda lui, con saccenza. Affaccendata, Sélva non sente più le melodie su cui aveva danzato fino ad allora. “Questo è mio luogo segreto. Fuggita da catasto bellico. Ora, pace. Io non conosco te. Come so che tu non mi fai male, o menti?” le sue parole rimbombano fra il vento e abbracciano un timore rinnovato.

“Sei tanto cattiva a non farmi dormire con te, qui. Io ho viaggiato molto per arrivare qui, ti sono innamorato. Sii mia. Voglio rimanere qui.” L’inflessione vocale di Parvo – il cacciatore delle terre solerti distali – occupa l’angolo di Sélva con acceso desiderio e divario proprietario e colonialista.

“Puoi una notte, restare. Non ferire. Ascia metti via. Spogliati. Fai vedere i tuoi occhi, scuri. Raccontami la verità.” Lei, dunque, acconsente, accarezzando il volto ruvido, imbavagliato dai peli, dell’uomo. Lo accoglie nelle sue ramificazioni, gli offre il suo cibo, lo spoglia, guarisce le ferite da lui raccolte negli anni, con lozioni fabbricate. Considerata la stazza immensa del forestiero, lei si piega e riformula le sue curve per lui, e il grembo si allarga. “Questi sono i segreti miei. Questo è letto mio, piccolo, puoi avere tu. Dormire tranquillo, ricaricare. Ascia lascia andare, ancora tieni stretta nella mano.” Le lacrimano gli occhi, quando glielo chiede. Non perché teme, ma perché la punta dell’arma di lui, la punge a lato del costato.

Lui le domanda: “Prima di metter via quest’ascia, tu mi dovrai insegnare a danzare come fai tu. E dovrai concederti, e amarmi come tuo sposo. Io ti desidero.”

Sélva lo declina, ma promette di insegnargli a danzare con sé stesso, e gli promette la libertà.

“Io ti desidero!” urla lui, impetuoso “Ogni donna che ho voluto, è stata mia e mi ha amato come ho chiesto. Poi mi ha abbandonato. Tu farai lo stesso, ma non mi abbandonerai. Mi adulerai, e io ti proteggerò dai mali del mondo, te lo prometto”. La nomade s’immobilizza e interrompe la cauterizzazione delle ferite. I pugni di lui si stringono, e la sinistra ricalca con la punta dell’ascia. Gli occhi grandi dell’uomo si avvolgono in una coercizione di pelle, fino a divenire fessure buie. Le lacrime di lei, s’assorbono nell’aria. A testa alta, lei guarda dentro alle pupille del “nomade”, e ci vede l’infante del Nilo che un tempo era stata lei. Sceglie, di vederlo.

“Sei meravigliosa, desiderami. Ho viaggiato per te.”

Il costato di lei inizia a sanguinare. Sélva si flette verso di lui e gli dice, con dolcezza: “Fai bagno nel mio stagno. Prenditi libertà che mi appartiene, in cambio di tua prigione. Voglio rimanere anche se a rischio male. Sapere chi sei. Nomade? Raccontami verità, affinché io possa scegliere di Amare chi sei tu davvero. Non imporre. Io paziente. Tu guerra, ma io pazienza. Vedo bambino attraverso. Voglio proteggere, tu no proteggere me da altri. No necessario.” I muscoli della ninfa, difatti, sono ben forti e temprati dalle piogge e dalle grandini e mentre proferisce con delicatezza, spinge sulla punta dell’affilatezza “Metti via ascia, ferire. Ho chiesto non ferire. Io no donne altre, io donna me. No Amore, se sei bugiardo. Niente da amare. Non posso desiderare te.”, lei si lascia dunque al silenzio. Non parla più.

L’uomo, accecato da quello che percepisce come un rifiuto e un affronto alle sue ferite mai sanate, la punge, e poi estrae l’ascia, nascondendola dietro la schiena. Lei trattiene un grido.

“Perdona la mia insolenza, mia dolce ninfa dello stagno.” Il tono si ammorbidisce con il sale, che lei confonde con dello zucchero “Non ti ho fatto poi così male, quel che fa male è il tuo rifiuto! Ti chiedo perdono, ma non te lo meriti. Tu mi devi chiedere perdono. Guarda, non ho più l’ascia, vedi?” agita il pugno sinistro, subito dopo aver fatto un gioco di passaggio dell’arma da sinistra al destro.

La zingara rimane nel suo tacito dolore. Il mercante l’accarezza, ma non sa accarezzare leggero e le sue carezze pesano quanto un monte. I palmi suoi si diramano lungo le onde del suo corpo. La mano è la sinistra, quella con cui prima impugnava la lama. Lei prende un divergente intruglio e se lo versa a lato, cicatrizzando sola la ferita appena infertole.

“Ti voglio. Dolce mia danzatrice. Balla per me. Alzati, e balla. Sei bella per rimanere muta” La voce è neutra. Al seguito di altri istanti di silenzio, l’uomo irruento sbotta: “Ti sto parlando! Perché m’ignori?! Non sono degno di una tua risposta? Ti credi meglio di me, zingara? Ti pensi scaltra?”  – si lascia andare a una pausa carica d’ira – “Mi vuoi forse ingannare, tu, con gli occhi limpidi? Tu mi vuoi ingannare! Hai già uno sposo. Io ti ho capito, ladra maledetta. Bugiarda. Ho viaggiato per te e tu mi ripaghi così?”. Parvo si sporge verso di lei, e con la destra tira un fendente che arriva a ravvicinate distanze dal ventre di Sélva, che non si discosta.

Lei, abbassando le palpebre sui bulbi e senza guardarlo, mormora: “No io chiesto a te di venire da me. Melodie mie ti hanno attirato qui, hai scelto. Tu scelta libera. Decisione. Perché anche io no posso scegliere libera te. Io guarire te, ospitare senza chiedere niente. Se non verità. Fatto vedere segreti, nuda davanti te. Accarezzare, custodire. Cedere pace mia. Come io posso ingannare qualcuno, se a correre pericolo maggiore sono io. Esposta per te.” L’uomo trema dalla voglia di farla sua, non la sente. Questa nomade di roccia. La lama riflette il volto di lui, che si cosparge di macchie nere. Le stesse che lei aveva intravisto sotto le maniche del corpetto.

“Io sono malato, soffro. Ti desidero. Guariscimi.” Le alza la voce, ma gli trema, destituendolo e tradendo la sua maschera. Lei fa camminare l’indice e il medio sull’ascia, e sofficemente gliela spinge verso il suolo. “Tu no nomade. Tu Parvo, il cacciatore. Io vedo. Arma, stivali, ferite corpo. Togli stivali, abbandona ascia, immergiti in acqua. E lava via menzogna. Io resto con te tutta notte fino a primo ritaglio di alba.” Lo invita, allora, lei. Si avvicina vicino a un albero millenario, concessole alcuni resti di tronco caduti via con lo scorrere dei centenni. Si mette a intrecciare affianco a lui uno scudo di legno con alcuni lacci fogliati rigidi, e gli mostra il processo senza nascondere. Gli insegna che il dolore si combatte con lo scudo, non con l’ascia. Muove le dita dalle unghie lunghe, celeri, assicurandosi della fermezza dell’oggetto. Gli sfila poi gli stivali, vicino all’arma a terra, e nuda assieme a lui lo porta a fare un bagno. La luna è alticcia e spietata, e Sélva gli confida che il suo secondo nome è Fera. Un nome cucitole indosso da altrui convenevoli racconti.

A sponda, il busto di lui ricerca l’utero di lei. Lei, scostandosi di poco, gli sussurra parole e lascia che i silenzi divengano il verbo della quiete.

Parvo le cinge i capelli, sfiorandole il collo: “Ti ringrazio per lo scudo, sono felice di essere nel tuo luogo segreto. Mi sono lavato. Ora, mi desideri come tuo sposo?”.

Sélva si accarezza la ferita da lama sul costato: “No. Prima di desiderare, aspetto ancora verità. Tuo corpo macchie nere. Non scompaiono con acqua. Fa paura”. Lui, dunque, la chiama Amore. La implora di fondersi con lui e di lasciare il suo corpo in balia dei tocchi incerti di un uomo che non si riconosce. Quando non ottiene quel che più brama, Parvo si alza su due gambe da riva, e correndo a prendere la sua ascia, grida: “Tu sei promessa sposa a un altro! Ingannevole strega dell’est! Chi ti credi d’essere, sporca abiti in mezzo al nulla. Il letto è troppo piccolo, e dei tuoi segreti non me ne faccio nulla. Non vedi quanto amore ti voglio dare!” – lo chiama amore, lo stolto – “Ti voglio mangiare, tanto ho fame di te, bugiarda. Io ho viaggiato su molte terre, per trovare te. E tu… tu ti prendi gioco di me. Ti pensi tanto furba da potermi non ricambiare come dico io?”.

Gli animali della foresta sussultano, presagendo. Le rondini migrano insofferenti, e i lupi ululano all’incommensurabilità della natura. Lei rimane sdraiata, impassibile. Quando decide di erigersi dal suolo, lui si avventa verso di lei e con la sua ascia recide, lungo il collo, la collana di talismano che lei indossava per danzare, strappandogliela via e gettandola nello stagno. Le urla: “Sono innamorato di te!”.

Il tonfo del gioiello lo sentono le creature degli oceani distanti. Lei s’assorda, e gli occhi le si velano di vergogna. Sospirando, sussurra: Perché?. Il silenzio dell’inoltro è aggrovigliato. L’intorto stravolge e appiano, la foresta che era stato a lungo costruzione di pace, diviene deserto. Come quelli in cui Parvo vendeva merce a buon mercato.

Perché, chiedi? Te lo dico io, il perché. Perché soffro, e tu subirai le mie punizioni, e i castighi lasciatomi in dono. Tu, me li guarirai tutti. Che ti piaccia, o meno. Perché io sono buono e abile. Dimmelo! E mi sposerai. Io ho bisogno che tu sia la mia sposa. Non lo comprendi, strega?! Ma tu…” l’uomo inizia a ridere con isteria “Tu hai un altro. Altrimenti mi avresti detto sì. Pensi che sono stupido?” digrigna i denti di fronte a lei.

Seduta, Sélva rimane ancorata alla spiaggetta, e lo guarda dal basso, perché non necessita di sentirsi potente di fronte al debole. Quando parla, la voce a lei non trema: “Tu non vedi me, né mi ami. Tu vuoi non stare con te. Tu vuoi che io riempia.”

“Menzogne, bugiarda! Ho pagato in denari e faticato nei deserti PER TE!”.

Lei si attorciglia i talloni, se li lascia sfiorare dall’acqua dello stagno: “Se ami me, senza rinnegare, dimmi il mio nome.

Lui, affrettato, si fionda ai piedi di lei: “E’ tutto un malinteso.” Lascia andare nuovamente l’ascia sul terreno “E’ un fraintendimento. Mi devo difendere, attacco. Mi è stato insegnato così. Sei meravigliosa, dolce. Quanto fai, questa notte, per me. Tu, adulami, te ne prego!”

“Parvo, mio nome. Dillo, restituisci.”

Lui incalza sul corpo di lei, l’accarezza. Si dice dispiaciuto, è tutto un grande errore: “Sono uomo, erro. Sbaglio. Non può un uomo errare?”. Sélva non replica. S’immerge di nuovo nel silenzio.
“Ti sto parlando, stupida zingara! Ti sono innamorato. Hai capito?”, preso di nuovo dallo sconforto, agguanta di nuovo la lama, e gliela preme sulle gambe, senza reciderla.

“Il mio nome. Quale è?”, le sanguina la pelle senza che la punta dell’ascia la debba squarciare. E lo si chiami errore.

Parvo desiste, poi le sussurra dolcemente all’orecchio, schiudendo le labbra: “Aarrou. Tu ti chiami Aarrou”.

Lei si divincola dalla presenza del busto di lui, le gambe allo stremo. Osserva, intanto, che anche sulle sue, di ginocchia, compaiono le stesse macchie scure che lui presentava lungo l’intero corpo.  Lo lascia con la lama. Lo scudo in legno è poggiante e inutilizzato.  

“No. Il mio nome non è Aarrou.”

E, dirigendosi verso la grotta, si rimette il velo intorno al viso. Si gira, verso di lui: “Tu hai altra donna, ma no importa. Io rimarrò con te fino alba. Danzeremo assieme. Io paziente. Ti aspetto.”

“Sono qui davanti a te! Cosa devi mai aspettare? Ti ho chiesto di sposarmi!” con abilità risponde, lui, a voce imponente.

Aspetto che tu Libero. Aspetto verità. Aspetto che vedi mio Nome, e sai tuo Nome”, e dicendoglielo, si adagia all’interno della grotta, a bordo del letto di fogliame. Il letto che le fece da culla quand’era bambino del Nilo. Parvo, raggiungendola, le si affianca, cingendole i fianchi. Le chiede perdono e lei, a insaputa di molte menzogne, gli rende perdono. Al risveglio, primi accenni dell’Alba, lei lo porta a danzare sul ciglio di un burrone montuoso e gli confida altre intimità profonde, stringendogli le mani. Alle fattualità più mostruose e indicibilmente disumane che gli appartengono, lei rimane impavida e lo avvolge in un abbraccio. La foresta germoglia nuovamente rigogliosa, e lei con i passi del tallone fa ricrescere i fiori da lui recisi.

Prima di departire, Parvo cerca di convincerla a estendere la sua permanenza. Ma si sa, un luogo segreto, deve avere la sua importanza nel vero. Lei, gli rende delle provviste per il viaggio, e – avendogli sanificato le ferite – gli prescrive una cura in siero per le macchie nere, che solo lui aveva il potere di dissolvere, nessun’altri. Il siero era stato lucrato con le lacrime di lei. Il mercante, dalla sua sacca, estrae un collier a goccia d’ambra. Mentre il vento del mattino spira le redini, lui gliela converge al collo e le rende la femminilità e la bellezza che spesso sa rinnegare quando non ha il ritorno sperato.

“La devi indossare, perché sei la mia sposa. Con me, puoi rimanere libera, ma non potrai mai andartene, anche se il dolore arrecatoti è insopportabile. Intesi?” Proferisce con fierezza dalle malleabilità tenere, lui.

Gli occhi di lei, si inebriano di malinconica mestizia: “Se io libera con te, perché condizionare me a rimanere e sopportare, anche se tu fai male?”.

Lui la squadra con occhi taglienti: “Perché io t’amo. E tu non devi essere di nessun altro, che sia uno Scriba dell’ovest o uno zingaro della Nordina. Io sono il Grande uomo e per te laverò via le Menzogne. Ti proteggerò. Ti renderò principessa”.

Perché, in fondo, Parvo era un colonialista. E ogni donna che sceglieva, poteva disegnarvisi su, la poteva colonizzare. Di sangue reale o nòmade che fosse. E Sèlva, che voleva solo esser zingara libera, aveva deciso che avrebbe ceduto in cambio di una collana d’ambra e cento denari, la sua verità. Chi di fame per riempirsi s’affretta, fagocitando l’altro, ingurgita sé stesso, pensava lei, donna difficile, e Indecifrabile alla bugia altrui.

“Ti attendo. Custodia. Io voglio che tu sei. Non abbandono.” Lei cinge il capo di lui, e gli soffia un bacio sulla fronte.

“Tornerò. Sperando tu sia la mia sposa.” Ricucisce con la bocca, Parvo. Ma lei, nell’onestà preferisce tentennare. Gli rende lo scudo.

“Io sperare tu sarai prima Uomo sincero, poi compagno. Sperare tu guarisci, sperare. Sperare tu non più con ascia. No inganno.” Si tocca dolce la goccia d’ambra, mentre lo guarda scomparire dalle frasche.

Sélva tesse e intreccia silenziosa regali per Parvo. Non ha bisogno di ostentare. Produce sieri con miele, e passa molto tempo a vedere come dalle gambe, le macchie nere lasciatole in dono le si diffondono fino alla bocca. Lei confida che le macchie di lui, invece, si siano fatte sempre più piccole. Fino ad andarsene.

Ma i giorni decorrono, e Sèlva si ammala. Danza sempre di meno, e le melodie che la accompagnavano, non riesce più a udirle. Il suo corpo si decompone frammento per frammento, diventando scuro, e la candida pelle del perdono concesso lascia posto a uno strato di cenere ruvido che le diventa abito da sposa pesante.

Al ritorno di Parvo, la zingara lo riconosce dal rumore degli stivali e dalle selciate dell’ascia con cui fa ingresso nella foresta. Entrando, sorride docile come al primo incontro, ma gli occhi sono sempre quelli, e le macchie sul suo corpo sono rimaste, pur diminuendo.

“Mia dolce e splendida sposa, sono tornato. Ti porto in dono gioielli. Orecchini che mi parlano di te. sfila i tuoi cerchi. Ti porto in dono la mia presenza audace, il mio grande amore. La mia bellezza. La vedi? E’ aumentata.” Proferisce lui, avvicinandosi a lei, e togliendole i pendant per proporle la sua offerta a baratto.  

Lei si abbandona all’offerta, ma a questo incontro, non è nuda. E’ vestita cinerea.

“Bello sei, sì. Ma non hai usato siero di guarigione. Belli gioielli, dammi le mani però” e dicendo così, lei cinge i palmi delle sue mani, e vede tagli da caccia.

“Parvo. Dimmi mio nome.”

Lui, restìo, la osserva con desiderio: “Principessa, amore.”, poi le dice: “Sii mia, desiderami. Adulami, sposami.”

“No. Mio nome non è Principessa, amore. Perché non chiedere mio nome?” si regge a stento sulle gambe, poiché la malattia è tosta da tenere. Lui, non l’osserva nemmeno. Non vede né la malattia corruttiva su di lei, né la vulnerabilità di una donna indotta.

“Ingrata stregaccia. Ti ho portato dei doni. Ti ho detto che sei la mia principessa. Ora, date tutte le mie fatiche, indosserai quest’anello di giada all’anulare. Mi ti concederai, perché io so far godere le donne delle gioie immense. E mi desidererai. Perché io t’amo.”

Nel deserto remoto, a un’altra principessa dal sangue reale, del cui nome sappiamo già, sono state portate in regalo ricchezze e lei, rimanendone condizionata, si annodava su se stessa. Era libera d’andare pure lei, via? Nell’animo sagace di Sélva, la compassione rende verso alla rassegnazione.

Nonostante questo, Sélva, che non si conosce più e cede la sua onestà per bonificare quella dell’altro, acconsente a sposarsi. Per appagare Parvo, la zingara si era decostruita per rendersi a immagine desiderabile a sufficienza, adeguata alle richieste.

Il giorno delle nozze, lei danzò per lui senza mai interrompersi, mentre l’uomo con la saccoccia aveva estratto l’ascia, manipolandola fra i pugni giocando sul banco nuziale. Com’era innamorato, Parvo. Alla vista della sua sposa danzare, gli gioiva il cuore e rideva di gusto. Quando si stavano per coniugare nel sacro vincolo, pur cosciente di aver veicolato Sélva con il mezzo inganno, le dice: “Ora che ci stiamo per sposare, tu lascerai la tua grotta insulsa e scomoda, e verrai nelle mie Terre. Almeno per una volta, poggerai i tuoi piedi sui miei deserti, e sarai sposa mia agli occhi degli altri mercanti. Ad altri negozianti ho parlato di te come la donna più splendida. Verrai riverita e servita, e sarai la Regina dei deserti per il tempo che vorrai” Gli occhi dell’uomo, non lasciavano luogo al tempo di decomprimere. Voleva, voleva, voleva, e basta. Non esistevano più i segreti confidati di Sèlva, le guarigioni, le danze, il bagno nello stagno, il cibo donatogli, i luoghi svelatogli, lo scudo, le carezze portesi senza richiesta e il letto regalato con purezza al pericolo di colonizzazione da parte di uno sconosciuto, che non aveva mai fino in fondo rivelato l’unica cosa che avrebbe reso Libero chiunque: la verità.

La celibe ferma la sua danza e sta per rispondere, quando il cacciatore dei deserti le intona imperativo: “Per rispondere, non hai mica bisogno di fermarti dal danzare! Continua a danzare per me, strega!”.

Lei, facendosi assorbire dalla malattia e vedendo ricomparire le macchie scure sul volto del forestiero che avrebbe acconsentito a sposare, riprende svelta a ballare, ma le gambe la tradiscono e cade a terra. Lì, si rende conto del fatto che Parvo, sarebbe rimasto un cacciatore, e un mercante insaziabile. In un ultimo tentativo disperato, Sélva gli perdona la pretesa insolente, e gli chiede:

“Parvo, mio amato, adulato, desiderato. Dimmi mio nome. E raccontami verità.”

Lui, che questa volta non si degna di risponder altro, si sovraccarica impalcandosi di rancore. Giocherella con gli stivali, che nemmeno nel giorno nuziale aveva lasciato andare.

“Ti ho guarito, me lo hai chiesto. Ti ho ospitato, lo hai preteso. Ti ho custodito, lo hai voluto. Ti ho sfamato, come hai desiderato! Ma non posso continuare. Non finché non ti accorgi che tutto questo non ha nulla a che fare con l’amore, ma con la voglia di saziare. Tu vuoi essere desiderato. Io ti voglio libero. Solo così, imparerai l’amore. Restituiscimi la mia pace.”

Si indurisce e l’abito da sposo si squarcia lungo le braccia. Parvo rimane taciturno e sogghigna beffardo.

“Ma allora sai parlare bene la mia lingua” esclama, incredulo.

Effettivamente, lei aveva sempre parlato la buona lingua. Ma a orecchie che non voglion ascoltare, una lingua omologa appare difforme.

“Sei solo una bugiarda. Nessuno ti ha chiesto di guarirmi, nessuno ti ha chiesto di rendermi umano. Io volevo mangiare di te. Sono cacciatore, e cacciatore rimango. E tu, dolce fata mia…” si piega sul banco nuziale “…Tu, e tutte le tue canzonette non valgono nulla”.

E tutte le magie vissute in quegli attimi divincolati, evaporano. Il bambino del Nilo che lei intravedeva nei suoi occhi, non esiste più.

Il mercante cinge l’ascia e avvicina la lama alle labbra di Sélva. Le bisbiglia, con scherno: “Sei libera. Come osi dirmi di no? Io t’amo, sì. Tu, bella ninfa, parli solo con le melodie. Tutto quel che ti ho chiesto, ha avuto un sì alla fine, sei difficile donna. Anche questo avrà un sì”.

Lei, ch’era rimasta impassibile fino ad allora ad abitare in un congresso di tristezza, si obbliga a concludere le danze.  In un apice di urlo straziante, la ninfa dello stagno proferisce ogni suo lembo di dolore come a restituirglielo nella regola della follia, e sa che per tornare a camminare scalza, deve ricordare chi è. Ogni cosa concessa e ogni sforzo temprato era stato dimenticato e sapeva che, Parvo, non l’avrebbe mai amata. Perché chi vuole essere per sempre saziato, e desiderato, si specchia negli altri per veder riaffermato con bellezza sé stesso. Allora con le lunghe unghie delle mani – alle risate beffarde di Parvo e all’invisibilità della sua sofferenza perpetratole da lui medesimo – lei lo attacca restituendogli ogni forma coercitiva, indietro. La lama, che a lei aveva sempre puntato con disumanità, gli si sfila dal pugno e, vorace, le urla: “Bestia Ferale! Sei una bestia! Questo è il tuo nome!”.

E così, l’abito di cenere della zingara, dopo una lunga attesa, si sgretola a terra. E rivela un corpo pieno di malattia, e una mente piena di tagli dilanianti. Sélva aveva assorbito la patologia di Parvo, nel tentativo di attendere e promuoverne la guarigione. Ma se ci si lascia contagiare, si diviene ciò che più si teme. Lei si avvicina all’ascia, e si taglia le unghie delle dita, cauterizzando un’ultima volta le indicibilità di Parvo. Chi ama, non ha bisogno di esigerlo o cacciarlo, e Sélva aveva custodito senza necessitare di alcuna fede nuziale. La zingara esule, aveva accompagnato. Carico d’odio, lui – divenuto ormai nero di macchie – ripudia ogni esercizio di umanità vissuto e si beffeggia della suddetta “Principessa”.

Questo era stato il prezzo da pagare per Sélva, il furto della libertà e la dolce disillusione d’identità. Lei, si volta allora, per l’ultima volta, e proferisce: “Il mio nome è Sé-lva”.

La stanza nuziale assorbe la sua sagoma lontano. Trascinando lesti i piedi, nuda, corre via per sempre, da lui.

Giunta alla foresta, ninfa si bagna nelle acque dello stagno e le petecchie nere s’ammorbidiscono. L’indomani, sono udibili passi d’altra gente di terre sommerse, appropinquate all’angolo segreto della foresta. Ma quando giungono sul luogo, lo stagno è scomparso.

E la ninfa che l’abitava, si era trasformata in acqua, con l’altura della seconda mezzaluna.  

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