SCOMPOSIZIONI DA INTORTO

UN’ELEGIA ALL’INCONTRO

Quando spengo l’automobile, inarco sul freno a mano con propulsa decisione e inserisco la prima marcia. Non sono in ritardo, ma rischio di sentirmi, anche oggi, in ritardo. Risulto sempre, reiteratamente, in ritardo. Sono dentro al ritardo nominativo temporale. Afferro lesta la giacca del completo e mi compiaccio dei nuvoloni che han voglia di detergersi gl’occhi. Le nuvole non possiedono generalmente occhi intesi come metriche oculari anatomiche, così dice la fisica. E’ geotermia, o gerontologia dello spazio, e del cielo. Il vento soffia precoce, ma non è una condizione necessaria o sufficiente ad invogliarmi a coprire il busto del camicetto. Faccio un rapido micromovimento con il polso sinistro e osservo l’occhiello dell’orologio. Lì, con la medesima fugacità accompagnatrice, penso che a me gli orologi non sono mai interessati; qualcosa è successo prima del mio ventiquattresimo anno di vita, e allora ne ho scelti tre da intercambiare a seconda delle circostanze. Lui adora gli orologi, gli ricordano di quanto la puntualità sia un ottimo pretesto per evitar di poter prendere di petto la verità dell’inesorabile assenza di controllo che ci si illude di poter esercitare sulle successioni della quotidianità. I cosiddetti “obbiettivi”, le sfide, e tutte quelle trapunte motivazionali su cui l’uomo s’attorciglia per potersi pensare utile alla vita. Ma la vita non ti guarda e non ti vuol mica utile, la vita ti lascia solo vivere. E’ gentile fino in fondo con chi non si vuol mentire. I miei passi scorrono sull’asfalto e si interrompono per qualche frammento di mattonella irregolare. Sorrido sola, poi ritorno seria, quasi austera. Ho un appuntamento, di quelli professionali. Un appuntamento, professionale. Prof- essì!– on – ale. Scompongo nella mia mente il sostantivo e per poco non emergo in mezzo agli altri con una risaticchia. ‘Questa Una parola ne può possedere almeno altre quattro, e non tutte sono italiane’. Per esempio, “essì”, se si riponga l’accento sulla “i” – cosa che solitamente gradisco – e si scommetta giocando a puntate sull’enfasi, diviene un’esclamazione di piacere. O di affermazione, di infantilizzante riverbero consensuale. Oppure, “prof” è bufficino, poiché attinente all’argomento in merito. Altresì, “on” significa “acceso” in lingua inglese. Ancora, “ale” può essere una forma breve di interlocuzione denominativa e abbreviazione sostantivata di un nome di nascita, ma in inglese britannico si beffeggia del battesimo di Uomo e schiaffa in faccia un banalissimo esternalizzato “birra”. Quindi, l’appuntamento professionale diviene una giostra composta da una battesimata che si dirige verso un docente con volontà e proposizione accesa dopo aver inserito all’interno della propria cavità gastropontetropica una pinta di birra. Continuo a camminare. Accelero, e mi punzecchio sola: guarda, ritardo. Faccio ingresso nell’atrio centrale del parco comunale e sosto per sfilare una sigaretta dal taschino della borsa, me la accendo con un accendino color verdone che custodisco da almeno quattro anni. Aspiro, ridirigo il campo foveale verso sinistra. Un anziano passa e sostiene il suo sguardo in mia direzione per un tempo che trovo scomodo al corpo. Riprendo ad andare con le suole sul terriccio, nel mentre guardo scorrer veloci i boccoli di castagne e gusci d’autunno caduti a terra dagl’alberi, facendo attenzione a non inciamparvici. I contorni degli oggetti sfuocano e le castagne stendono un tappeto da corsa col tono cromatico del principio stagionale. Arrivo al punto di destinazione con un generico vuoto di testo, ingiacco il soprabbito, noto una macchietta di inchiostro sulla camicetta. La sfrego con noncuranza. Mi sistemo i lembi, due ragazzi accigliati conversano di fronte al portone di legno avvezzo. Mi salutano, ricambio. Citofono. Mi viene aperto, applico un poco di forza-lato, uno dei due si offre accorto di spingere per me. Ringrazio, mi dirigo verso la segreteria. Una donnina dal volto assorto sgrana gli occhi, chiedo informazioni per l’ufficio di riferimento. Le sorrido, lei ricambia. Salgo le scale, e l’eco dei tacchi fa balzi da saltimbanco dalla pavimentazione fino alle delimitazioni recintate interne laterali. L’ambiente è labirintico, ma con un poco di motore ausiliare mi ritrovo all’entrata corretta.

Ho bevuto con un totale di dodici bocche differenti. Ho bevuto assieme a dodici paia di occhi che scelgono dove riposizionare la salienza degli stimoli preferenziali. Ho bevuto con quarantotto arti inferiori e superiori che gesticolavano accompagnando narrazioni latenti ed esplicite, gironzolando intorno a vissuti determinanti. Mentre loro conversano, io constato che a me vien da ascoltare le melodie di uno come Guccini solo quando non ho voglia di farmi a botte. E dunque, non mi voglio far mica la guerra – mai l’ho desiderato, allora riposo e vado a passeggiare con in cuffia L’Incontro.

Io ubico negli incontri, sono le realtà che non mi fanno mai mangiar di noia. Ogni giorno, mi sveglio, e ne ho almeno uno. E penso che, degli Incontri, non potrei mai fare a meno per transitare all’interno della vita. La luce deflessa sui tronchi disconnette il capo della terminazione giornaliera dalla presunzione della versatilità notturna. Le ombre divise convergono per specularità su ogni superficie d’abitacolo, negozio, oggetto di investimento, struttura di svago, tabaccherie, cigli e cordoni di strada, furgoni, cancelli. Le risate degli altri divengono le mie e dal contorno di un sì divengono un punto mobile assodato. Se devo esser onesta, la libertà deve per sicuro vestire gli abiti della fugacità cosciente. Ma quali canzoni da intorto devo ancora sentire? Le sento all’interno degli intrecci cartilaginei delle mie mani. Gli incontri sono il mio pasto di lealtà preferito.

con-vèrsi, 2021. una fotografia analogica a cura dell’autore.

una narrazione a cura di © M. A. STANISTEANU

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