STORIA DI UNA PASSEGGIATA ENTERO-TEMPORALE
Contrariamente alle aspettative desunte nel corso di anni precocemente primordiali, oggi riconosco di riuscire a instaurare una connessione peculiare con i bambini. Non c’è nulla che mi viene mai chiesto, semplicemente s’avvicinano, con disinibizione, coraggio, naturalezza. Mi attribuiscono un ruolo all’interno delle loro abbozzate progettualità adibite ai primi accenni di mentalizing: divengo un personaggio fondamentale nella loro fiaba di punta. Con un pantalone svasato, un tacco, e una camicia bianca. Così mi si vede, e probabilmente in base alla rilegatura del crine – quando lascio i capelli sciolti, o quando li raccolgo – decidono il nome e il relativo ruolo da attribuirmi in una maniera che a me pare divincolata e snodulare. Posso essere una selvaggia, posso essere una dama, posso esser un animale (il mio preferito). Dopo essermi intrisa di fattualità e contatti socio-comunitari a bocche alterne con appartenenze visuo-facciali algoritmiche ma eccezionalmente e sismicamente unificate, imbarco sui talloni e mi dirigo all’abitazione. E ti penso. E penso a Lei, e a Lui, e ai figli ch’ebbero, e al vicinato, e alla commessa dietro alla cassa Quattro dell’Aldi, all’operatore stradale sulla quarantina, ai due che bisticciano a lato della strada attribuendosi nomignoli di dubbia utilità, fustigando l’uno sul bagaglio transgenerazionale proiettivo dell’altro. Allora cammino, conto le mattonelle a terra, e se ne vedo una d’un colorito più discostante dall’altro, la punto con gli occhi e la visualizzo come separata dall’asfalto, sospesa. La scelgo, per poi non esercitarne la leva gravità dei piedi. La strada si trasforma in un campo da corsa dalle musicalità remote. Piove, e le scarpe scivolano leste, trasmigrano da un punto vettoriale del composto prospettico all’altro. Sono giovane e mi piace, penso. Sono giovane e non sono, penso. Sono e mi spoglio d’essere, dico. Ironizzo sulle mie condizioni e sulle inoculazioni serotoniniche che il volto mi restituisce alla periferia corporea quando contraggo i muscoli intorno alla bocca e abbozzo un sorriso. Mi beffeggio dell’organo cerebellare, perchè è lui che in rete acconsente a sorprendermi con un’inedita capacità di rimanere in equilibrio mentre mi sposto. E mi sposto, e mi sposto.
Il giorno in cui ti ho conosciuto, avevi uno smalto accesso sulle unghie e un’insolente caparbietà nel protrarre chiacchiere esternalizzate all’interno di un cerchio usurato di complementarietà. Tu, non hai mai suonato nulla, e quando mi sentivi suonare il pianoforte picchiettavi con gli indici fortuiti sulla cima dello strumento impedendo all’aria di accompagnare le mie dita sui tasselli. E sogghignavi, con l’incoscienza di chi voleva bene e voleva bene a giorni di sole alto. A me veniva da ridere quando in lontananza, tu canzonavi ogni musico interprete che varcava la soglia della stanza affollata. Quello che non sai, è che io dovetti smettere di suonare il pianoforte. E tu, nell’ultima stagione condivisa, smisi di picchiettare. Ed è lì che ho capito quanto tu mi volessi bene, e di quanto io ne augurassi a te. Il tuo primo bacio sapeva di “cattivo senso” – così lo definisti con una noia riguardevole – mentre il mio sapeva di incertezza, umanità e riccioli inesperti. Il tuo, fu con un Lui dai pantaloni cadenti, ridemmo raggirandone l’insignificanza per un po’. Il mio, con le mani impacciate e le gambe aggrovigliate, e intorno una familiarità ambientale disconosciuta negli istanti in cui mi venne preso il viso per le guance, e mi fu guidato all’apertura labiale appartenente a un paio di occhi allegri. Io gli rimasi molto distante, passeggiavamo come due estranei che avevano voglia di confondersi l’uno nei silenzi informativi dell’altro. Tu fosti diretta e prossimale, quasi invadente, ma non t’importava perchè dicesti che la tua cosa si sarebbe esaurita prima che arrivasse quasi il giorno seguente. Poi, tu eri abile con i bimbi, e io ero sempre restìa, e cauta, un’osservatrice a tempi lenti. Dunque, lì, si accentuavano parametriche distanze sostantivamente identificative. Però tu senza di me, a cantare, non ci volevi proprio andare. Era indispensabile, altrimenti non avresti riso. Così, quando mi capitava una febbre e mi assentavo, le giornate a venire erano costernate di dolci e vulnerabili rimproveri. Ti lasciai in dono una stretta d’abbraccio intensa, e rimasi a sorriderti con i denti seghettati al centro per più di dieci minuti. Tu agitasti le braccia e platealmente rispondesti con un TV-tanto-B. Tanto morbido mi fu l’arrivederci con te.
Quando mi ritrovo all’interno di uno spettro emotivo dalle lunghe tempistiche fotografiche, mi scordo di tutti i baci avuti, e mi dirigo verso il giradischi. Not-to-disappear. L’augurio sul vinile approda impellente e io mi concedo di sostare in punta di piedi sulle docili frange del tappeto. Non riesco a perder nulla, poiché non desidero mai che qualche d’una storia di realtà in verità mi appartenga. Desidero solo che m’accompagni, se germoglia a volerlo. Per questo abito la mobilità. Estraggo il disco e lo metto in moto nella cassa acustica. Riformulo. Quando devo inserire nuovamente nella mia stratificazione in-albergatamene consapevole i significati raggirati della quotidianità – o quando son triste, euforica, disillusa, innominabile, banalmente – mi affido alle musicalità dei Daughter. Li ho scoperti con del riverbero casuale sufficientemente avanti con il tempo e l’Università mi ha concesso di applicare le loro istanze verbali e narrative ad alcune scenografie di vita variabili. E’ soffice poter pensare. E’ soffice potersi disarmare e riscrivere per pezzi scortesi. Mentre mi intreccio la sigaretta alle labbra, penso che nulla di allegorico potrebbe tangere più il concreto. Il che è un paradosso di alta gradatura esistenzialista, se ci si pondera.
Picchietto con gli indici sulla copertura plastica del giradischi. E penso che no, non sono poi così distante da ogni d’altro che mi ha incrociato nella trasversalità di un passaggio randomizzato o interferente. Un minuto, una mezz’ora, un paio d’ore, una notte, un mattino. Tanti, tanti, tanti pomeriggi. Li indosso con leggerezza, come indosso Te, come indosso Loro. E indosso le forme, i trascorsi, le azioni, le circostanzialità, le retoriche. E mi ci cullo. Chissà se, chissà come, non riesca forse stanotte, ad indossare anche Me. Anche dopo che la musica del disco, si esaurisce.
Una narrazione a cura di © M. A. STANISTEANU.
