LA GENITORIALITA’ DEL FIGLIO

SE RESTO APPRESSO, MI LASCI ANDARE?

BREVE TRATTATO SUL GENITORE POTENZIALE

Uno dei ricordi a me cari per eccellenza – un tassello di mosaico che ospito ad oggi con la premura di una carezza sospesa e detersa nell’atmosfera – è quello di mia madre che spesso e volentieri, a guidare in macchina al rientro da scuola, tambureggiava con l’indice della mano destra sul volante a ritmo e cadenza delle musiche anni ’90 che faceva girare sulla sua autoradio a cassette. Titoli grezzi, irruenti – titoli martellanti e incombenti, eclissanti – che s’appaiavano perfettamente all’aria rarefatta della sera. Rimanevo a fare doposcuola, trepidante di poterla vedere comparire al cancello della struttura scolastica e sferzare con cupidigia timorosa le ruote dell’alfa romeo, laccata di nero, usurata, seconda mano, almeno cento-trentamila chilometri a contare. Così, ogni tardo pomeriggio, a cavallo tra il lunedì e il venerdì, lei scendeva dalla vettura alle cinque e mezzo, lasciava adagiare senza alcuna forza bruta la portiera, si appiccicava al cemento e attendeva rimirando attraverso le grate di quel posto. Veniva sempre in divisa da lavoro e all’epoca mi pareva di correre incontro a un idraulico improvvisato, scarmigliato dagli esoneri della vita e immerso in un eterno verde scuro. Verde scuro era il colore della salopette, verde scuro il pantalone, verde scuro la maglia a maniche lunghe e cadenti, verde profondo quando la osservavo travasare con la bocca le poche parole alla guida; un profilo lungo e affusolato, un naso preminente, le labbra incurvate, gonfie, di un piacevole e delicato gradiente fuligginoso. I capelli corvini all’indietro, due mollette ingenue, dentellate, a generare incongruenza spaziale tra l’apice del capello e la periferia della fronte e quello sconfinato magnetismo che mi trascinava a fondermi – indipendentemente da ciò che facesse – insieme al suo essere, a tal punto da non ricordarmi più come si facesse a riconoscere il mio.

In mezzo alla fanghiglia di quelle melodie, del post-rock, del morbido, della dance americana, s’insinuavano il suo temperamento e le sue ambizioni nel mio nucleo di aspirazioni: contaminandolo, tergendolo, “intingendolo” di tempera. Tempera ad olio – mia madre lavorava da giovane china su iconografie che poi, tumefatte dai suoi sogni, vendeva come poteva per strade e borghi – olio su tempera, congegni accatastati l’uno all’altro. Questo sembrerebbe essere il bagaglio d’eredità che lei mi ha lasciato, rifletto ad oggi. Assieme agli istanti, vi alloggiava l’eternità delle sue contraddizioni, della sua ambivalenza, dei suoi tremori, di quello che gelosamente custodiva senza sentirsi in possibilità di analizzare, di conoscere, di accudire nelle profondità più recondite della fragilità umana, condizione imperturbabile, agro-dolce.

E se il figlio si assume la responsabilità di essere, preventivamente, prodotto di un fantasmatico intruglio tra circostanza ambientale, fenomeno e inconfutabilità genetica, allora il genitore – che spesso funge da figurino autorevole, dotato di una particolare e a tratti stravagante antinomia morale – andrebbe rivalutato a occhi aperti e mente lucida come essere umano tra ruolo e espressione. Il rapporto bilaterale che intercorre nella dinamica dualistica prole-caregiver – nello specifico “madre sufficientemente buona” -, aveva anticipato già lo studioso e pediatra Donald Winnicott negli anni ’50, si forgia all’interno di uno spazio e di un tempo dotati di una sola accezione e non implica in nessun modo la trattativa e il compromesso promotori della genesi di un dono, bensì di una vera e propria vocazione al paradosso per antonomasia.

Il figlio, interfacciandosi con le domande e le repliche del mondo odierno, si butta a capofitto in quella che è l’incertezza della presenza familiare e dell’attaccamento al genitore accompagnatore che, a lungo termine, può divenire genitore potenziale – come lo definisco io – e promulgatore di scelte e incitazioni che escludono però la totalitarietà delle proprie forme d’identificazione proiettive o retroattive che siano, apprendendo a coniugare il verbo della difformità. Spesso accade che, appropriandosi del sentimento megalomane dell’appartenenza e del possesso, la figura adulta si dimentichi di insegnare e impartire con passione al proprio bambino non il discernimento tra bene e male – che di dicotomie artificiali la realtà è ben avida!- , bensì l’onnipresente facoltà della scelta di cui il piccolo non verrà mai privato: io, genitore, cerco al mio meglio di non promuovere il diniego, il divieto o l’incongruenza attraverso il modus operandi del “non si deve fare così poiché è sbagliato e non va bene“, ma m’impegno a donarti la potenzialità del desiderio nel tuo personale cammino di vita tramite il “tu puoi fare sia così che negli altri modi, io ti informo sulle disponibilità e sulle correlative conseguenze ed effetti che le tue azioni e i tuoi pensieri possono scaturire all’interno della tua forma di vita – difforme dalla mia”, responsabilizzando e arricchendo quel senso acuto di vista e senso emotivo che in ogni individuo prende segmenti e definizioni uniche, poco algoritmiche. A fare la differenza, nel processo di interazione e crescita introspettiva e interpersonale dei due ecosistemi, risulta essere proprio la presa di coscienza e la consapevolezza dell'”effetto farfalla” che veicola e governa il proprio senso di identità e quello del prossimo. Ecco come l’Io nasce e evolve sempre nell’Altro – a detta di un certo signor Heidegger – che aveva già disposto nelle sue filosofie la corrispondenza dell’individualismo nella mondanità sociale e culturale. Io mi rispecchio in te – dice il genitore – ma tu non sei me. Io mi vedo in te – dice il figlio – ma non sono te. Entrambi affermano e ribaltano, riaffermano e ricostruiscono la propria individualità attraverso l’uno il lascito, le risorse e la complessità ereditaria dell’altro: il vero colpo alla lotteria lo si ha quando al piccolo viene insegnato a stipulare, raccontare, trascendersi e conoscere a parole sue, a passi propri, a verbo incarnato – che non sarà mai quello del genitore. D’altro canto, quest’ultimo ne prende atto e accoglie la metamorfosi del bambino nell’apoteosi della diversità esplorativa: gli impartisce la vita pur non appropriarsene, gli vuole bene e gli promulga a volersi bene esattamente per quello che sceglie di essere, senza accantonare il suo ruolo di fonte di ricerca e di sosta, di informazione, di consiglio. Quando ciò avviene, le posizioni si confondono gradualmente in maniera spontanea, la relazione a suo tempo diviene “orizzontale” e l’omeostasi tra ruolo ricoperto e espressione umana viene preservata.

E non c’è da sorprendersi se – tra ieri e domani – mi ritrovo a vent’anni a tamburellare, a mia volta, con l’indice sul voltante dell’automobile, con la playlist diffusa a bluetooth che trasmette titoli remoti, e quasi relegati ad un postmodernismo cinico, come quello di “All about Us”, delle t.A.T.u girls. In grembo una sensazione familiare: mi guardo nello specchietto, gli occhi sono quelli di mia madre, il riverbero è mio. E’ l’invulnerabile non invadenza della genitorialità del figlio.

Famiglia a Passeggio. Parma, 2019.

A cura di © Alessandra Stanisteanu.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...