LO SCONQUASSO AI PIEDI DI MINNEAPOLIS

LE PERIGLIOSE ZONE D’OMBRA DELL’INCOSCIENZA BANALE A CAPO DELLA DISCRIMINAZIONE RAZZIALE

“Light them up!” si ode incombente rimbombare tra un capo della strada e l’altro della località di Minneapolis – ultimo e recente epicentro delle manifestazioni a disfavore del corpo di polizia locale e dell’immoralità che ha veicolato l’omicidio dell’afroamericano George Floyd, 46 anni, a nome dell’agente Derek Chauvin – mentre la folla marcia e procede, a partire dal 26 maggio, con passo greve e impavido lungo le vie del Minnesota, la terra bagnata dallo storico Mississippi. L’aria diviene rarefatta, muta, assorbe, avvolge e costringe in una morsa invisibile i civili che, in qualità di funamboli, pesano le proprie gambe sopra un filo instabile, all’incessante ricerca di un equilibrio che – di fronte all’ennesima vittima nera dell’occidentalismo capitale – soccombe ancor prima di poter prendere forma.

“Light them up!”,

ancora.

Un’incitazione, uno sgomento, un precedente che sfoca: questo il grido della milizia poliziesca americana che, improrogabilmente, combatte le voci incommensurabili del “melting pot” protestante con armi a base di vernice, gas e cortine fumogene e accecanti tasse di lozioni al peperoncino. Così viene premuto ulteriormente il grilletto dell’insipidità e dell’intolleranza, dell’ordine nell’incapacità di gestazione del caos, del silenzio nel rumore. E se ci si dovesse domandare l’esistenza di un’assordante sordità, la replica risulterebbe positiva e degenerante di fronte ai lamenti di Floyd – accusato velocemente di avvalimento improprio a base di banconote contraffatte – sdraiato a terra, ripreso, osservato e indagato dagli sguardi inquisitori e terrorizzati di gente immobile. Di “gente di Dublino“.

Chauvin preme la propria gamba sul collo del soggetto “deviante”. Lo immobilizza. Una somma di venti dollari carta, presunta resistenza agli agenti, il rifiuto, il respiro affannato, l’asfissia, le patologie cardiovascolari pregresse, dicono. Infine, la morte così simile – per circostanze, intenzioni, coincidenze – a quella di un altro afroamericano, Eric Garner avvenuta nel 2014, alla luce del sole a Staten Island in piena giornata di luglio. Un’analogia tesa, quella tra il poliziotto di Minneapolis e Daniel Pantaleo, all’epoca operativo al NYPD. Otto minuti e quarantotto secondi, disputano, che risultano sufficienti a generare divergenze di pensiero e opinione interminabili: George Floyd è stato assassinato con volontà? Derek Chauvin, la polizia, il disonore, tutte particelle che incarnano le proiezioni ideologiche di una nazione e di un pianeta umano che di umanità spesso si dimentica le caratteristiche a favore dell’estremizzazione e della categorizzazione razziale? La perizia dell’autopsia è stata mostrata: i referti chiacchierano, dichiarando apparentemente una relazione correlativa e non di causa-effetto, quella esistente tra l’atto impunito ad ora dell’agente su Floyd. Diverse fazioni si schierano a destra, altre a sinistra, altre ancora su per giù trascurando la possibilità di un’equità non estremizzante. Volti noti, meno noti, facce coperte, maschere, motti d’animo, slogan.

Fotografia che inquadra una manifestazione in memoria di George Floyd, Detroit

“I can’t breathe!”,

“Black lives matter!”,

Un coro straziato, le braccia al cielo, i pugni rivolti in alto, un Dio che sembra essere scomparso, diseguaglianze che non devono più reggere la forza di gravità. Vicende che tutt’intorno mettono a dura prova la veridicità del diritto umano – promulgato in natura e per sensibilità emotiva. Cosa rimane di certo, nel bel mezzo della faida? I manifestanti non si arrestano, il rancore e la delusione disapprovante dilagano a macchia d’olio ormai anche fuori dagli Stati Uniti. Si distinguono per ultimi gli interventi di attiviste quali Tamika Mallory che tuona al capitalismo: “La violenza ce l’avete insegnata voi!” – a sottolineare l’insidiosa e impermeabile conseguenza di un’istituzionalizzata e mai caduca volontà di semplificazione etnica, condanna razziale e velata e banale indifferenza che governa a camice bianco all’interno della comunità mondiale. E ancora: “La violenza chiama violenza!”, versi che ricordano le radici fraudolente del dispotismo internazionale, un gioco di memorie, una frattura che squarcia quel velo fenomenico che copre e confonde spesso posizione di ruolo e posizione d’essenza. L’atmosfera si appesantisce nuovamente, si assiste ancora alla tettonica delle placche da un punto di vista sociale e politico. In risposta, il ricorso ai mezzi che machiavellicamente giustificano il fine:

“Light them up!”

Il ricorso ad aprire il fuoco. Ad accenderlo su vite impazienti, eterogenee, indomabili. Un istante senza promulgazione, privo di raziocinio, pregno di condizionamento e di preamboli e stereotipi viscerali. Il pregiudizio, l’appello agli utensili da guerra, l’arresto di ragione nell’atto di esecuzione, il richiamo disperato di una solidarietà leopardiana senza precedenti nell’assordante suono dell’utopia morale. Verso chi dirigere la colpa? Chi l’espiabile, chi il carnefice?

Risulta complesso abbandonarsi all’impegno in questo modo, incatenati a un sistema sociale che inculca all’obiezione lo scopo primario dell’acquisizione, della definizione, del dogma e non della musica e della ridefinizione. Il silenzio rimane una scelta, un attimo decisivo: un proiettile che porta con sé un rumore sordo, un tonfo. E poi, solo la discrepanza tra i poli opposti, esistenziali: non bene o male – che si dissolvono, spogliati del loro valore accentuativo – bensì reazione e strategia.


A cura di Alessandra Stanisteanu ©

Un pensiero riguardo “LO SCONQUASSO AI PIEDI DI MINNEAPOLIS”

  1. Complimenti per il tuo stile di scrittura, sarebbe molto interessante se continuassi ad aggiornare il blog con l’aggiornarsi delle notizie provenienti d’oltremare.

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